PLC WAGO

Questa è la cronca di una infelice applicazione di un PLC Wago. Spero possa servire a qualcuno, se dovesse trovarsi in condizioni analoghe. Prendete queste cronache per quel che sono. 

Ho fatto parecchi lavori usando i PLC della Wago. Nello specifico ho usato  quelli della serie PFC100 e quelli della serie superiore PFC200.  Per noi è stata una scelta imposta dal cliente, in quanto solitamente preferiamo andare su prodotti più consolidati, tipo i PLC della Siemens, sui quali abbiamo decenni di esperienza. Da qualche tempo invece un certo cliente ha preferito andare sui prodotti Wago, probabilmente per una questione di prezzo.

I PLC della Wago hanno il loro ambiente di sviluppo, che si chiama e!COCKPIT ed è basato a sua volta sull’ambiente di sviluppo CODESYS che aderisce allo standard industriale  IEC 61131-3   

Si può programmare nei soliti linguaggi PLC (cito dal wiki inglese:

La mia preferenza va al linguaggio ST, che nel mondo Siemens si chiama SCL, un linguaggio testuale basato sul Pascal

Quel che mi piace di più dell’ambiente Wago è che il PLC integra nel suo software un server WEB e la possiblità di disegnare abbastanza facilmente delle semplici interfacce utente che sarà poi possibile visualizzare su un qualsiasi client WEB.

In questo modo non è necessario fare ricorso a pannelli operatore specializzati. Wago mette a disposizione un pannello HMI ad hoc che altro non è che un pannello con integrato un browser WEB. Basta configurare l’indirizzo IP del PLC che si vuole monitorare. Ma, volendo, si può utilizzare un qualsiasi PC, tablet o dispositivo mobile (smartphone) dalla rete locale oppure (tramite VPN) da remoto. 

In’altra caratteristica simpatica del Wago è la possibilità di segmentare  facilmente il programma in vari task, ognuno con la sua priorità e con il suo ciclo di esecuzione. Caratteristica comuque non certo esclusiva del Wago. Tanto per dire, con i PLC Siemens si possono usare gli OB da 30 a 38.

Tutto bene dunque? Mica tanto.

Abbiamo fatto parecchi lavori con questo PLC, cose abbastanza semplici per il controllo di impianti industriali: aria condizionata, riscaldamento, gestione pompe di calore, interfaccie Modbus.

Ma i dolori sono iniziati quando ci è stato chiesto di integrare una rete di luci DALI  (5 controllori DALI 753-0647 e 5 bus DALI separati) e di interruttori e sensori Konnex connessi ad controllore KNX 753-0646 via bus KNX.

 

 

Bisogna comunque specificare il fatto che questo lavoro è stato fatto “a cuore aperto”, in una situazione in cui l’impianto era già in funzione, il cliente mal digeriva interruzioni del servizio e la deadline della inaugurazione era imminente. Non c’è stato tempo per fare le prove a banco con la necessaria calma. Il tutto complicato dal fatto che le specifiche praticamente non esistevano, che gli architetti del cliente aggiungevano e toglievano in continuazione i punti luce DALI, le utenze elettriche, i punti KNX. Un incubo. 

Wago ha a catalogo i moduli adatti per la gestione delle due realtà. Sul fronte DALI fornisce anche un utile strumento software, il Wago Dali Configurator che permette di configurare e controllare in modo abbastanza intuitivo la rete di illuminazione. 

I dolori per quanto mi riguarda sono arrivati sul fronte KNX. Per noi era la prima volta che usavamo l’accoppiata WAGO-KNX, quindi c’era una mancanza di know-how specifico.  E poi, forse per mia incapacità nel reperire le informazioni. è stato un delirio capire come configurare la parte KNX lato PLC. Sarà colpa mia, ma non sono riuscito a trovare un manuale con informazioni ed esempi esaustivi per tutte le possibili casistiche. Il service di Wago mi ha mandato i riferimenti di alcune application notes datate e assolutamente non sufficienti ad avviare un progetto KNX in totale autonomia. Vicino alla disperazione sono stato indirizzato ad un sistem integrator che, commosso dalle mie difficoltà, mi ha dato alcune dritte telefoniche che mi hanno finalmente permesso di uscire parzialmente dal pantano, almeno fino al punto di poter tenere la testa fuori dall’acqua.  Non voglio qui entrare nel dettaglio dell’applicazione che comunque mi è solo parzialmente chiara. Posso solo anticipare che l’applicazione prevede la definizione della rete lato PLC, l’esportazione dal PLC di un file XML che viene passato al software ufficale ETS5 della Konnex con il quale si fa la configurazione della rete KNX fisica. 

Nel caso DALI, il software WagoDaliConfigurator genera dei pacchetti di configurazione che transitano attraverso la CPU del PLC, arrivano al modulo Wago Dali Master (nel mio caso il 753-0647) e da li vengono inoltrati tramite bus DALI ai vari Driver Dali disseminati lungo la rete. In questo modo la configurazione della rete viene fatta tutta utilizzando il cavo Ethernet connesso alla CPU, lo stesso cavo utilizzato per la programmazione ed il debug del programma PLC.

 

 

In questo modo non è necessario utilizzare hardware ad hoc per la configurazione della rete DALI. Si può utilizzare lo stesso PC utilizzato per la programmazione del PLC, lo stesso cavo ethernet per connettere il PC al PLC e il flusso di configurazione passa quindi dal Wago Dali Configurator ai devices DALI passando attraverso il PC, la CPU del PLC ed il modulo DALI controller 753-0647. 

Anche se le attività di programmazione del PLC e di configurazione del DALI possono passare attraverso lo stesso canale ethernet, occorre evitare assolutamente la sovrapposizione delle due attività. Quando il sw Wago Dali Configurator è online sul bus DALI non è possibile contemporaneamente andare online sulla CPU. Se si dimentica questo limite ci si ritrova inspiegabilmente a non riuscire ad andare online sul PLC. RIcordare quindi:

  • quando si va online sul PLC non si può andare online sul bus DALI
  • quando si va online sul bus DALI non si può andare online sul PLC

Nel caso KNX invece la cosa è più complessa. Come dicevo prima, la configurazione viene fatta nel sw PLC, da qui si esporta un file XML che viene passato al software KNX ETS5 sul quale viene fatta la configurazione della rete fisica DALI. Ma il sw ETS5 non può collegarsi alla rete KNX tramite la CPU Wago e il modulo KNX/EIB/TP1 Interface 753-0646. Occorre invece un gateway, tipicamente una chiavetta USB da inserire nel PC dove viene eseguito l’ETS5, che dall’altro lato si collega alla rete KNX e che permette quindi la configurazione fisica dei singoli punti KNX. Occorre quindi una interfaccia ad hoc, che viene utilizzata solo per la configurazione.

 

Il PC utilizzato per la configurazione della rete fisica KNX può essere lo stesso usato per configurare il PLC o uno diverso. Deve però essere chiaro che, diversamente da quanto avviene nel caso DALI, il flusso di configurazione non può passare attraverso la CPU del PLC e il modulo 753-0646 per arrivare ai devices KNX. Il flusso di configurazione deve raggiungere i devices KNX attraverso il bus KNX, passando per un gateway apposito, sia esso USB o ethernet. 

Se troverò il tempo cercherò di scrivere un piccolo tutorial dedicato a questa operazione non proprio banale.

Una volta capito come fare, ed eseguite queste operazioni, sono riuscito a mettere in piedi tutta la rete DALI + KNX. Quando l’utente preme un pulsante KNX il PLC riceve l’informazione e accente o spegne o regola uno o più punti luminosi DALI relativi a quel pulsante.

Tutto a posto? Neanche per idea. Dopo qualche giorno di funzionamento regolare il cliente mi chiama inferocito per dirmi che il sistema si è bloccato e che non funziona più niente. Si è proprio bloccato tutto, il PLC non reagisce più, come se fosse morto. Mi reco sul posto, spengo e riaccendo il PLC. Niente, non va in RUN. Ha il led di RUN che lampeggia, rosso. Guardo sul manuale e mi dice che l’errore segnalato corrisponde alla situazione di “programma assente”. Provo a ricaricare il programma, ma non c’è verso, il PLC non accetta il programma. Eseguo il PING all’indirizzo IP della CPU e questa risponde. Ma di andare online e scaricare il programma non se ne parla. Il panico inizia a serpeggiare, ed il cliente è sempre più nervoso. Mi gioco la carta del reset di fabbrica. Il PLC torna come nuovo, e posso ricaricare tutto, il sistema riparte. C’è da dire per altro che con il Wago non c’è verso di caricare tutta la configurazione dal progetto. Alcune caratteristiche del PLC vanno necessariamente configurate tramite l’interfaccia web WBM (Web Based Management). Comunque me ne vado risollevato ma perplesso. Come mai è successa questa cosa?

Ovvio che, a distanza di qualche giorno e ad intervalli assolutamente irregolari l’evento si ripete. Con l’aggravante che, siccome il PLC gestisce anche le pompe di rilancio in fogna delle acque di cucina, quando il PLC si blocca le acque tracimano e finiscono sul pavimento. E vi garantisco che le acque di cucina di un ristorante sono davvero fetide. Immaginate cosa succede quando odori fetidi invadono la cucina e le sale di un ristorante di lusso. Il cliente è furioso. E Wago, interpellata, avanza le ipotesi più improbabili: forse la memoria non è sufficiente, forse la CPU non è abbastanza potente…. Controlliamo l’occupazione di memoria della CPU e i tempi di esecuzione del programma, e onestamente non sembra che siamo vicini al limite. 

Ma tant’è, all’ennesimo blocco della CPU cerchiamo di capire quando è iniziato il dramma, e puntiamo il dito sul momento in cui abbiamo attivato la rete KNX. Decidiamo quindi di disattivare tutti i blocchi sw relativi al KNX, ed il problema scompare. Chiaro quindi che abbiamo qualche problema con il konnex. 

Wago, interpellata, è sempre più perplessa. Ci consigliano di passare alla CPU di taglia superiore, una PCF200 8212. Ce la consegnano in tempi rapidi, vado a sostituire la CPU e poi riattivo il KNX. Tutto sta in piedi regolarmente. Bene, finalmente. 

Proviamo a spegnere e riaccendere, per vedere se il software riparte regolarmente: morto. Ma come “morto”? Che significa? C’è il solito LED rosso lampeggiante di RUN. Come dire “non ho più il programma da eseguire”. Ricarico il programma e il sistema riparte. Ripetiamo l’operazione più volte, ed il risultato è sempre lo stesso:  dopo uno spegnimento e successiva riaccensione del PLC il programma sparisce e va ricaricato. Come dire che se va via la luce il PLC non riparte. Grandioso! Mettiamo un UPS, tanto per proteggerci da piccoli black-out inferiori ai 20′, che Dio ce la mandi buona!

I tecnici di Wago ci dicono comunque che il nostro software è scritto male (grazie!), che usiamo troppe variabili ritentive e che abbiamo tutto il sw in un unico task, mentre lo dovremmo segmentare in diversi task con tempi di esecuzione differenziata. Il vero problema è che:

  • non c’è modo di sapere con certezza quanta memoria ritentiva stiamo utilizzando. Ci dicono, genericamente “ne utilizzate troppa”. Si, ma troppa quanto? L’unico riferimento è il data-sheet dell’8212 che dice che l’8212 ha 128kB di memoria ritentiva di cui 104kB utilizzabili per le variabili ritentive. E va bene. Ma come faccio a sapere quanta ne sto utilizzando? Non si sa. 
  • non c’è modo di sapere in base a quale criterio dovrei segmentare il programma in task a cadenza temporale differenziata. Dove lo trovo il criterio?

Decidiamo di soprassedere, anche perché il cliente è già furioso e non vede di buon occhio i nostri interventi, in quanto ogni volta che si ricarica il programma nella sua completezza il sistema si blocca per il tempo necessario al download completo con conseguente arresto delle utenze e indesiderati spegnimenti delle luci.

Passano le settimane e il sistema sta in piedi senza problemi. Alleluya! Si, d’accordo, non possiamo spegnere il PLC, ma speriamo nell’UPS. 

Finchè un giorno, dopo 6 settimane, il sistema si blocca di nuovo. Bestemmie. Grazie al cielo adesso abbiamo una VPN e possiamo collegarci da remoto. Il PLC sembra online, il server WEB funziona, e riesco a collegarmi. Quindi non è morto come in precedenza… Si, certo, il server WEB funziona, ma tutta la logica sottostante è morta. Non aggiorna neanche l’orologio sulla pagina web. Beh, provo a mettere il PLC in stop e poi di nuovo in run. Niente, non riparte. Nella diagnostica trovo un messaggio illuminante che dice che “un processo ha generato un’eccezione”. Quale processo? Che eccezione? Mistero. E io dove vado a cercare?

Insomma, ricarico il programma da zero, e il sistema riparte. Si, certo, ma viviamo con il fiato sospeso. E infatti dopo qualche giorno il sistema si blocca di nuovo. E poi di nuovo. 

Quelli di Wago ci dicono “colpa vostra che non avete ancora ridotto le variabili ritentive e segmentato il programma”. Si, certo, colpa nostra, come no.

Per farla breve, installiamo una versione del programma rimaneggiata secondo le indicazioni di Wago. Variabili ritentive ridotte all’osso e programma segmentato. Prima indicazione: il programma riparte anche dopo lo spegnimento, alleluya. Per lo meno adesso non dobbiamo aver paura dei black-out. Si verificherà di nuovo il problema del blocco? E chi lo sa? Per adesso sono due giorni  che funziona. Incrociamo le dita.

Una cosa è certa: problemi simili con PLC di altre marche (Siemens, Rockwell, Schneider) non ne abbiamo MAI avuti. Mai. Un PLC per definizione non si dovrebbe mai bloccare. Può guastarsi, oppure può andare in errore. Ma in quei casi ci sono tutte le indicazioni sul perché il PLC è andato in errore. E non può certo andare in una situazione che non si possa risolvere con un classico ciclo di power-off.  E non può certo “perdere il programma” quando si spegne. 

Insomma, non posso certo dire di essere soddisfatto. 

Per ora il sistema sta in piedi, ma fino a quando? L’esperienza precedente ci dice che neanche due mesi di funzionamento ci garantiscono di aver risolto il problema.

Greta, che palle!

Siamo alluvionati dalle notizie su Greta e sulla sua dilagante iniziativa Fridays for Future. Alluvionati dalla retorica ambientalista e, in tono minore, dai ringhi delle destre unite nella retorica anti-ambientalista. 

Io, come sempre, ho poche idee ma ben confuse. Per questo leggo, soprattutto gli articoli della destra. Domina, come sempre in questi aridi territori, uno stato d’animo ringhioso, rancoroso, acre, che si riflette anche nel linguaggio, nella scelta degli aggettivi. Quelli che apprezzano Greta sono definiti gretini, intelligente e sapida crasi fra il nome di Greta e l’aggettivo “cretino” che evidentemente estendono a tutti i fan di Greta. Con simile processo lessicale i (pochi) sostenitori del PD diventano pidioti, chi pensa che sia giusto salvare i migranti in mare è un accoglione mentre chi sostiene sia follia l’idea di uscire dall’euro diventa un euroinomane. Beh, non che dall’altra parte si usino i guanti di velluto: Salvini è stato spesso definito il capitone. E’ una sgradevole deriva del linguaggio politico che predilige rapidi e poveri giochi di parole di sicuro effetto. 

Comunque, linguaggio a parte, resta il fatto che molti giovani e meno giovani sono affascinati dal messaggio di Greta. I primi per sano entusiasmo giovanile, per quella incontenibile voglia di cambiare in meglio il mondo. I meno giovani si dividono fra quelli sinceramente preoccupati per i disastri ecologici e quelli che si accodano al flusso, vuoi per riemergenti nostalgie barricadiere, vuoi per pigro conformismo, alcuni approfittando della situazione per guadagnarsi un grammo di visibilità, nella speranza di guadagnare qualche consenso, qualche briciola di voto.

Cercando di ridurre la questione all’osso, il confronto è fra quelli che sono preoccupati per lo stato presente e futuro dell’ambiente in cui viviamo e quelli che negano che ci sia qualcosa di cui preoccuparsi e che accusano gli ambientalisti di essere o stupidi o ignoranti o corrotti.

Ho cercato di chiarirmi le idee sulle questioni chiave, il riscaldamento globale, la sua origine antropica e le possibili conseguenze. Poi, ovviamente, le energie rinnovabili, la questione dell’auto elettrica e mille altre cose. 

Le obiezioni sono di varia natura. Si va dal semplice e misurato “non è vero un cazzo, ci avete proprio rotto i coglioni: il riscaldamento globale non esiste, anzi, d’inverno fa un freddo fottuto! E non è vero che il livello del mare si sta alzando.” al più elaborato “ok, il riscaldamento globale forse è vero, ma è successo in passato, succederà in futuro e le attività umane non c’entrano niente. Così come è una bufala l’innalzamento dei mari, sono normalissime oscillazioni naturali“. 

Osservazioni suggestive e tranquillizzanti. Fosse così potremmo smettere di preoccuparci, continuare tranqulli ad usare l’auto anche per andare al bar all’angolo, tenere accese tutte le luci di casa, lasciar scorrere l’acqua per ore e fare uso di tutte le plastiche possibili. 

O no?

A cercare i dati, i numeri, si va a sbattere contro il muro dei dati aleatori. Potrei mettere qui una marea di link, e forse lo farò, ma purtroppo internet è il suk delle certezze, basta chiedere e trovi dati che confermano la tua tesi, qualunque essa sia. Prendiamo ad esempio la valutazione dei consumi dei vari tipi di veicolo. Cito da questo articolo tratto da Wired-it:

Iniziamo con una precisazione: esistono diverse stime relative all’impatto ambientale delle differenti forme di trasporto oggi disponibili, ma i numeri sono estremamente ballerini. Differenti agenzie nazionali e internazionali offrono stime diverse, e su alcuni particolari non esistono certezze. Per fare un esempio, a parità di emissioni un viaggio in aereo dovrebbe inquinare più di un trasporto terrestre, perché gas come gli ossidi di azoto hanno effetti più drammatici e duraturi sul clima se emessi in quota (come capita con i motori degli aerei), rispetto a quanto avvenga sulla superficie. Quantificare questi effetti però non è facile. Per questo motivo l’International Civil Aviation Organization (Icao) non ne tiene conto quando calcola l’impatto dei voli aerei in termini di emissioni inquinanti. Mentre il Department for Business, Energy and Industrial Strategy (Beis) del governo inglese per rendere più realistici i suoi calcoli aumenta del 90% le statistiche sulle emissioni del traffico aereo. Detto questo, nonostante qualche differenza nei numeri la classifica dei mezzi di trasporto più inquinanti è abbastanza chiara.

Insomma, il problema dei numeri è che dipendono dai criteri di valutazione. Anche ad essere in buona fede, agenzie diverse forniscono dati diversi. Poi ci sono le valutazione totalmente divergenti, i dati che variano a secondo di chi li propone. Per dire, parliamo di CO2. Il sito della NASA ci propone questo grafico che descrive l’andamento della CO2 negli ultimi 800’000 anni:

E’ facile vedere come negli ultimi anni la CO2 sia salita in maniera netta e molto al di sopra rispetto agli 800’000 precedenti, approssimativamente il doppio rispetto alle oscillazioni del passato. 

In compenso c’è chi (ad esempio tale Lorenzo Zuppini sul sito sovranista “il Primato Nazionale”) ci dice che “L’anidride carbonica è tra i gas capaci di trattenere il calore dei raggi solari ed è costantemente accusata di essere prodotta in eccesso dalle attività lavorative dell’uomo. Sapete quanta ne produciamo, in realtà? Il 4,5%“. Come dire “un niente”, ma in grado di produrre una variazione verticale doppia rispetto a quasi un milione di anni precedenti. Vien da chiedersi quale fenomeno, assente negli 800’000 anni precedenti, possa aver causato una tale impennata della concentrazione di CO2.

Per dire, proviamo a guardare all’aumento di temperatura. Il solito sito della NASA dice: “The planet’s average surface temperature has risen about 1.62 degrees Fahrenheit (0.9 degrees Celsius) since the late 19th century, a change driven largely by increased carbon dioxide and other human-made emissions into the atmosphere“. Quindi 0.9C° dalla fine del 1800. E cosa ci dice il nostro sovranista Lorenzo Zuppini? “La temperatura si alza: e sticazzi? Dal 1880 a oggi, l’incremento effettivo della temperatura è stato di 0.6 °C.“. Certo, non è una differenza abissale, ma da 0.6°C a 0.9°C c’è un errore del +50%, insomma. 

Poi si può discutere se un incremento di 0.6 o 0.9°C debba o meno preoccuparci. C’è, ovviamente, chi dice no, e chi dice invece che la cosa potrebbe avere effetti catastrofici. Chi? Da un lato, ad esempio, c’è la NASA, il IPCC, il NOAA, la quasi totalità dei climatologi e dei meteorologi. Dall’alto una sparuta pattuglia di eroici scienziati dissidenti, raramente esperti del ramo. Beh, sparuta mica tanto! Recentemente (non ho trovato la data) ben 500 scienziati hanno scritto una lettera al Segretario dell’ONU per protestare contro tutto questo allarmismo sulla questione climatica.

Eh beh, ragazzi, 500 scienziati non sono tantissimi, ma è un bel punto di inizio, vero? Vediamo allora chi sono questi 500 scienziati. Non abbiamo il CV di tutti, non l’ho trovato, ma partiamo dall’inizio e poi vediamo.

  • Il professor Guus Berkhout è un ingegnere olandese che ha lavorato per la multinazionale petrolifera Shell;
  • Il professor Reynald Du Berger insegna geofisica all’Università del Quebec;
  • Il professor Ingemar Nordin è un filosofo considerato uno dei maggiori rappresentanti del neoliberismo svedese, ovvero la dottrina economica in base alla quale il mercato deve regolarsi da sé, scevro da ogni condizionamento da parte delle istituzioni;
  • Terry Dunleavy è un ex giornalista neozelandese, è stato anche un tipografo commerciale e ha lavorato nel settore vinicolo;
  • Jim O’Brien è un consulente energetico irlandese. Inoltre è il presidente onorario del Uepg, una associazione che rappresenta un insieme di aziende che assieme fatturerebbero 20 miliardi di euro, sparse in 30 Paesi europei «e fa pressioni [lobbies] sulle principali sfide del settore con istituzioni europee, Ong e altre parti interessate». Buona parte delle industrie rappresentate sono estrattive, insomma non proprio il massimo dal punto di vista dell’indipendenza circa tematiche legate al cambiamento climatico;
  • Il geologo australiano Viv Forbes è il presidente della Carbon Sense Coalition, creata appositamente per «difendere il ruolo del carbonio sulla terra e nell’atmosfera»;
  • In professor Alberto Prestininzi è un geologo in pensione, è stato anche membro del Comitato tecnico scientifico per il Ponte sullo Stretto di Messina.
  • Il professor Richard Lindzen è forse il più competente tra i firmatari. Fisico dell’atmosfera è stato anche docente di meteorologia al Mit, inoltre è stato anche un conferenziere del Cato institute. Lindzen è stato uno dei primi ad aver parlato di «allarmismo climatico».

E, a proposito del prof. Lindzen, vale la pena di notare che il suo lavoro è stato criticato diverse volte da climatologi come Gavin Schmidt, il quale fece notare anche diverse imprecisioni nella presentazione dei dati relativi alla temperatura, in maniera così palese da ottenere persino le scuse di Lindzen. Del resto il professore si è dimostrato anche contraddittorio in diverse affermazioni, come quella in cui confonde il concetto di “incertezza” con quello di “ignoranza”.

Per chi volesse approfondire si trovano in rete moltissimi articoli che parlano di questa famosa lettera, fra i quali mi pare corretto citare questo, da cui ho tratto alcuni estratti, e quest’altro da ilGiornale, che parteggia apertamente per il gruppo dei 500.  Vale appena notare che ilGiornale elenca alcuni dei 500, sorvolando elegantemente sulle competenze. Alcuni vengono pudicamente citati come “professore”. Altri, per modestia, neanche questo. Vedere per credere:

Gli ambasciatori e portavoce di questa idea sono: Guus Berkhout, professore (Paesi Bassi), Richard Lindzen, professore (Stati Uniti), Reynald Du Berger, professore (Canada), Ingemar Nordin, professore (Svezia), Terry Dunleavy (Nuova Zelanda), Jim O’Brien (Irlanda), Viv Forbes (Australia), Alberto Prestininzi, professore (Italia), Jeffrey Foss, professore (Canada), Benoît Rittaud, docente (Francia), Morten Jødal (Norvegia), Fritz Varenholt, professore (Germania), Rob Lemeire (Belgio), Viconte Monkton of Brenchley (Regno Unito).

I soliti maligni, mi par di sentirli, hanno pronta la domanda: professori ddechè? Ma non c’è risposta, per lo meno non ne ilGiornale. 

A questi 500 potrei certamente aggiungere il nostro emerito prof. Zichicchi e molti altri, che hanno presentato al presidente della Repubblica una petizione. che fra le altre cose dice: “E’ scientificamente non realistico attribuire all’uomo la responsabilità del riscaldamento osservato dal secolo passato ad oggi. Le previsioni allarmistiche avanzate, pertanto, non sono credibili, essendo esse fondate su modelli i cui risultati sono in contraddizione coi dati sperimentali. Tutte le evidenze suggeriscono che questi modelli sovrastimano il contributo antropico e sottostimano la variabilità climatica naturale, soprattutto quella indotta dal sole, dalla luna, e dalle oscillazioni oceaniche.” 
Ok, Zichicchi è certamente un grande scienziato, ma è un fisico delle particelle. Come la quasi totalità dei (pochi) scienziati che ritengono non plausibile la convinzione generale sull’origine antropica dei cambiamenti climatici, non è un esperto climatologo e neanche un meteorologo. Provo ad essere più chiaro: gli esperti del ramo sono praticamente tutti concordi nel ritenere che l’uomo stia facendo grandi danni e che sia ora di porre rimedio. Alcuni non esperti invece ritengono che sia tutta una bufala, un complotto, o semplicemente una follia collettiva. Come dire: gli esperti sono preoccupati, i non esperti fanno spallucce. 

A costo di essere ripetitivo: par di capire che gli esperti del settore climatologico e meteorologico hanno grosso modo tutti un atteggiamento preoccupato. Tutti “gretini”, non tanto perché si schierino con Greta, che è l’ultima arrivata sulla scena, ma perché sostengono che se continuiamo su questa strada rischiamo di pagare pesanti conseguenze. E lo dicono con fior di studi che seguono il famoso iter della pubblicazione su riviste scientifiche e della “peer review“, ossia la la procedura di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca proposti da membri della comunità scientifica effettuata attraverso una valutazione di specialisti del settore che ne verificano l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate o, nel caso dei progetti, al finanziamento degli stessi, evitando errori, distorsioni, bias, plagi, falsità, o truffe scientifiche.

Gli “altri”, una sparuta minoranza, non mi risulta che abbiano pubblicato studi credibili.

C’è una seria obiezione a questa cosa della peer review e della pubblicazione. C’è una corrente di pensiero che dice “certo, ovvio che non ci sono pubblicazioni di studi contrari al mainstream! I comitati scientifici incaricati della selezione sono in mano alle lobbies ambientaliste! Uno scienziato serio non ha possibilità di far carriera e di pubblicare, se rifiuta di allinearsi al pensiero dominante politicamente corretto“. Ipotesi suggestiva, la stessa che viene regolarmente utilizzata per dimostrare la credibilità di:

  • Movimenti anti-vaccini
  • Coloro che affermano che la cura contro il cancro esiste, ma la tengono nascosta per garantire i guadagni dell’industria farmaceutica mondiale: “CANCRO : B17, la vitamina anticancro B17, la vitamina anticancro boicottata dalle multinazionali farmaceutiche per questioni di utili La vitamina B17 è presente nei noccioli amari di albicocca, e di pesca e nelle mandorle amare.
  • Coloro che affermano che non serve curare il cancro, basta bere succo di limone, assumere bicarbonato, mangiare vegetariano ecc ecc
  • Coloro che affermano che l’AIDS non esiste, è una bufala che serve a garantire guadagni ecc ecc: “Grazie al terrore creato intorno alla malattia sin dal suo apparire, è stato possibile far accettare la somministrazione di farmaci altamente tossici, che hanno portato benefici solo alle multinazionali che li producono. “
  • Coloro che affermano che la terra è piatta.
  • Coloro che affermano che Tesla ha inventato un modo per avere energia gratuita per tutti, ma la lobby del petrolio e del nucleare ce lo tiene nascosto (“Già 116 anni fa c’era la visione di un mondo con l’energia pulita e libera o free energy, gratuita da non misurare con un contatore per poi mandare una bolletta da pagare a ogni singolo    cittadino. In questa visione era contemplata la libertà dal giogo delle multinazionali, un nuovo modo di vivere in un mondo moderno con l’energia fornita liberamente da Madre Terra. L’oligarchia economica di allora, sostanzialmente la stessa di adesso, non volle assolutamente rinunciare ai suoi stratosferici profitti che provenivano dall’imporre ad ogni cittadino di pagare una quota per cucinare, illuminare la sua casa, scaldarsi, lavarsi, viaggiare, in definitiva per vivere nel mondo civilizzato.“)

E si potrebbe andare avanti parecchio, elencando tutta una serie di ipotesi non dimostrate perché “le lobby, le élite, le multinazionali ce lo tengono nascosto controllando la scienza ufficiale”.

Quel che manca per rendere il tutto credibile, nel caso della supposta emergenza climatica, è il mandante. 

Voglio dire, nel caso dei vaccini, del cancro, dell’AIDS e dell’energia gratuita e abbondante è chiaro che i mandanti possono essere le multinazionali del farmaco e dell’energia. Tutti capiscono che una multinazionale o un pool di queste potrebbe effettivamente usare il proprio potere economico per piegare la ricerca scientifica ai propri beceri e inconfessabili interessi. Basta pagare o minacciare chi di dovere ed ecco che gli studi scientifici “liberi” vengono boicottati,  nascosti. Gli scienziati non possono pubblicare i loro studi sulle più blasonate riviste scientifiche o, peggio ancora, vengono isolati e messi in condizione di non poter fare il loro lavoro.

Ma nel caso della cospirazione mondialista ecologista non è chiarissimo chi dovrebbe essere il mandante. Le multinazionali? Beh, no! Le multinazionali del petrolio e del nucleare preferiscono finanziare studi CONTRO l’emergenza ambientale, preferiscono la versione dei 500 eroici scienziati liberi. E chi, al mondo, ha più soldi e più potere delle multinazionali dell’energia? Soros? La cospirazione pluto-giudaico-massonica? E a che scopo? 

Tutte domande che noi, che non siamo esperti climatologi, dobbiamo porci per cercare di capire quali sono gli interessi in gioco.

E torniamo a Greta. E’ facile farle le pulci e trovare delle pecche, degli errori nei suoi discorsi. E’ una ragazzina di 16 anni che non dovrebbe avere tutto questa copertura mediatica. Ma i media hanno bisogno di fenomeni, e la povera Greta ha tutte le caratteristiche per assicurarsi le prime pagine: è giovane, determinata, testarda, e in più ha questa cosa un po’ misteriosa che è la sindome di Asperger. La domanda che sorge spontanea ai suoi detrattori è “chi c’è dietro?”. Già, vuoi mica che qualcuno possa fare qualcosa solo perché ci crede, ci vuole sempre il complotto, dietro. E infatti ecco puntuale, dalla scuderia de ilGiornale, l’articolo di InsideOver, dal titolo stentoreo: Ecco chi c’è davvero dietro Greta Thumberg. Mica paglia. Mi fiondo nella lettura (fatelo anche voi, ne vale la pena) e trovo finalmente la cruda verità: “Secondo Andreas Henriksson, giornalista d’inchiesta svedese, c’è chi sull’immagine di questa ragazza adorabile ci ha marciato, eccome. Secondo la sua ricostruzione, lo sciopero scolastico altro non era che parte di una strategia pubblicitaria più ampia per lanciare il nuovo libro della madre di Greta, la celebre cantante Malena Ernman – che nel 2009 partecipò anche all’Eurovisione vanta diverse apparizioni televisive. E il grande stratega mente di questa campagna sarebbe Ingmar Rentzhog, esperto di marketing e pubblicità, che ha sfruttato a sua volta l’immagine della ragazza per lanciare la sua start up.” Non starò qui a riportare altri estratti dell’articolo, non vorrei rischiare qualche citazione per plagio. Ma capito il terribile retroscena? Dietro di Greta c’è niente di meno sua madre! E l’esperto di marketing che vuole lanciare la sua start-up. Ma come, niente Soros? Niente rivelazioni sul grande complotto? Tutto qui? Cioè, tutto il mondo si fa menare per il naso da una grande cantante per altro poco famosa fuori dalla Svezia, e da un “grande esperto di marketing” che sta ancora cercando di far decollare la sua start-up? Siamo a posto!

Greta non è uno scienziato, è una ragazzina probabilmente poco informata, ma non è la prima a tirare il campanello d’allarme! Prima di lei ci sono praticamente tutti gli scienziati che si occupano di clima (a parte i nostri 500 eroi, che però di clima pare che ne sappiano pochino, perché per professione si occupano per lo più d’altro), la NASA, l’IPCC (ONU), e parecchie altre agenzie. 

Tutto vero allora? Tutto risolto? No, ci sono dubbi riguardo alle rilevazioni delle temperature. Qualcuno dice che il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) potrebbe aver aggiustato i dati relativi all’aumento delle temperature. Ci sono vari articoli online, come questo del Daily Mail che dice niente di meno: “Due settimane fa, sotto il titolo “Come siamo ingannati da dati imperfetti sul riscaldamento globale”, ho scritto di Paul Homewood, che, sul suo Notalotofpeopleknowt quel blog, aveva controllato i grafici di temperatura pubblicati per tre stazioni meteorologiche in Paraguay contro le temperature che era stato originariamente registrato. In ogni caso, la tendenza effettiva di 60 anni di dati era stata radicalmente invertita, così che una tendenza di raffreddamento fu cambiata in una che mostrava un marcato riscaldamento.” Ah perbacco, qui si parla addirittura di frode, di dati manipolati. Potenza della lobby ecologista, vero? Sarà anche vero che non hanno dalla loro i fondi pressoché illimitati delle multinazionali dell’energia, ma riescono addirittura a condizionare l’ONU, la NASA, il NOAA e praticamente tutti gli scienziati del ramo. Che complotto ragazzi! Beh, per bilanciare un po’ la cosa,  quei ragazzacci di Snopes: hanno fatto un articolo molto rigoroso (e lungo!) che vi invito a leggere. Qui riporto solo la conclusione: “Mentre Karl et al potrebbero ragionevolmente essere criticati per essere stati meno che rigorosi nella loro documentazione dei dati, i loro risultati sono stati verificati indipendentemente, contrariamente alle affermazioni secondo cui gli autori hanno manipolato i dati per raggiungere la conclusione desiderata:
Quello che David Rose non menziona è che i nuovi risultati NOAA sono stati validati da dati indipendenti provenienti da satelliti, boe e galleggianti Argo e che molti altri gruppi indipendenti, tra cui Berkeley Earth e il Met Office Hadley Centre del Regno Unito, ottengono effettivamente gli stessi risultati.
L’affermazione di Rose secondo cui i risultati di NOAA “non possono mai essere verificati” è palesemente errata, poiché abbiamo appena pubblicato un documento che verifica in modo indipendente la parte più importante dei risultati di NOAA.

Non pretendo qui di arrivare ad alcuna conclusione definitiva. Ognuno resta probabilmente della sua idea, anche perché ormai ci si muove per tribù, non per serena analisi dei dati. 

Il mio intento era solo di sottolineare il fatto che, comunque la si pensi, le conseguenze dell’inquinamento dell’aria, dei fiumi, delle terre e dei mari sono sotto gli occhi di tutti. Nessuno può negare il fatto che le calotte si stanno restringendo, che gigantesche isole di plastica stanno coprendo larghe aree dei nostri mari, che le microplastiche sono ormai ovunque, anche nello stomaco dei pesci che mangiamo, che i morti per inquinamento atmosferico sono milioni: “Il rapporto ha rilevato che nel 2015 sono morte 8,8 milioni di persone a causa dell’inquinamento atmosferico, nonostante le stime precedenti prevedessero solo 4,5 milioni di morti.“. Allora mi pare strano liquidare tutto come un complotto di non si sa quale entità e sadio per quali motivi. 

Il fatto è che i problemi esistono davvero. Ma, da sempre, ci sono due correnti di pensiero. Quelli che si preoccupano e quelli che se ne fregano. 
Quelli che si preoccupano spesso fanno errori, come tutti. E a volte alcuni di loro cercano copertura mediatica, cercano un posto al sole, o semplicemente trovano una nicchia mediatica in cui fare la loro piccola fortuna fatta di libri, di passaggi televisivi, di conferenze. O magari fondano un partito verde, un movimento, e si garantiscono un futuro, magari un posto in parlamento. 
Oppure semplicemente sbagliano nelle previsioni. Per dire, sono 50 anni che si dice che il petrolio sta per finire, e siamo ancora qui con le nostre macchine a benzina e i camion a gasolio. Può anche essere che, come dice Zichichi :”il clima rimane quello che è: una cosa di cui si parla tanto, senza usare il rigore logico di un modello matematico e senza essere riusciti a ottenere la prova sperimentale che ne stabilisce il legame con la realtà. “. Potrebbe essere che il modello matematico utilizzato dagli scienziati non sia corretto, e non abbiamo la “prova sperimentale” della sua correttezza. Ma noi gente comune, senza una preparazione scientifica specifica, non abbiamo gli strumenti teorici per capire chi ha ragione, se i climatologi o i fisici delle particelle. Volendo ricorrere ad un po’ di buon senso, verrebbe voglia di usare un vecchio detto milanese: “ofelè fà il tò mestée“, verrebbe cioè voglia di dar retta a Zichicchi per quanto riguarda i problemi di fisica delle particelle, e ai climatologi per quanto riguarda le questioni del clima. Semplicistico? Forse. Sicuro? No di certo, potrebbero aver ragione Zichicchi & C. Ma date di nuovo un’occhiata alle referenze degli scienziati che si oppongono agli allarmi degli ambientalisti.

Greta sarà anche una gran rompipalle, ma non è uno scienziato e non lo vuole essere. E’ il dito che indica la luna. E molta gente continua a guardare il dito, e a dire che ha l’unghia sporca. 

EDIT 10/10/2019

Ho ricevuto, su un altro blog, vari commenti negativi che mi hanno stimolato ulteriori riflessioni.

Prima di tutto occorre parlare della differenza che c’è fra le scienze esatte (o scienze dure o naturali, come pare sia più giusto definirle) e le scienze molli. Invito tutti a leggere l’articolo di wikipedia che spiega la differenza. Ma per i più pigri ricordo solo che le scienze dure sono “quelle in cui predominano i dati quantitativi, raccolti con misure sperimentali ripetibili ed elaborati con formule matematiche, analisi statistiche e grafici“. Cosa che non è possibile fare con scienze che si occupano di un gran numero di elementi (es: le molecole d’acqua, gli atomi e le molecole che compongono l’atmosfera ma anche le persone, gli investitori, i consumatori) i cui movimenti non sono matematicamente ed esattamente prevedibili. Nelle scienze molli non è possibile fare esperimenti di laboratorio ripetibili, e neanche spiegare e prevedere esattamente i fenomeni mediante formule matematiche per quanto complesse. Quel che si può fare è andare per tentativi, per approssimazioni successive. Si raccolgono dati statistici e si cerca una formula matematica, un modello, che ricalchi il più possibile i dati raccolti. Poi si fanno delle previsioni con il modello trovato e si otterranno SICURAMENTE degli errori. Il modello andrà quindi modificato per tener conto dei nuovi dati, e così via. Alla base di questo processo ci sono ovviamente computer sempre più potenti per elaborare modelli matematici sempre più complessi. Non ci sarà mai, credo, il modello matematico definitivo per ottenere previsioni meteorologiche esatte al millesimo nel lungo periodo. Ma ogni modello sarà più preciso del precedente. Avremo computer più potenti, il 5G e l’IOT  renderanno disponibili dati sempre più dettagliati migliorando il processo di iterazione da un modello preciso ad uno ancora più preciso.
Questo significa che non dobbiamo fidarci dei modelli? Questo mi pare un atteggiamento stolto. I modelli sbagliano e sbaglieranno sempre. Ma sbagliano sempre di meno, come dimostrano le previsioni meteo sempre più precise. Anche i modelli matematici usati dagli economisti sbagliano, ci mancherebbe. Ma vengono ugualmente utilizzati, perché è meglio comunque avere una qualche indicazione che non averne nessuna. Per quanto riguarda le questioni climatiche e più specificamente l’AGW (Anthropogenic global warming), gli scienziati che sostengono questa ipotesi fanno uso di modelli matematici che qualcuno (es. Zichichi) ha definito “non dimostrati”. Come ho detto prima, ogni modello matematico parte dai dati raccolti. Come tutti i modelli matematici non sarà certo perfetto, ma mi risulta essere l’unico attualmente disponibile. Da quel che ne so, e resto in attesa di smentite, non esistono modelli matematici alternativi a quello dell’AGW. 
La questione, ridotta all’osso, è la seguente: la produzione di CO2 ed altri gas serra POTREBBE avere conseguenze nefaste sul clima degli anni e dei decenni a venire. Oppure no. La stragrande maggioranza dei climatologi pensa che le conseguenze potrebbero esserci, in base ai modelli che hanno elaborato. Qualcuno invece pensa che siano tutte balle. Chi ha ragione? Lo sapremo solo con il tempo, e forse lo sapranno i nostri figli o i nostri nipoti. Vale la pena di preoccuparsi? Beh, le previsioni dei primi sono abbastanza spaventose, se avessero ragione loro varrebbe sicuramente la pena di preoccuparsi. 
Tutto sta a capire se il gioco vale la candela, tutto sta a capire cosa si rischia. 

Intelligenza artificiale

Se ne parla sempre, ovunque. E comunque non abbastanza, non nelle sedi giuste. E la gente ha le idee confuse. 

Oggi ormai anche il frullatore è interconnesso e gestito (dicono) dall’intelligenza artificiale, spesso abbreviata in IA, all’italiana, o in AI, all’inglese.

E se ne parla spesso a sproposito. 

In queste brevi note vorrei tentare di spiegare cos’è la IA e cosa non è.

(Quando ho iniziato a scrivere l’intenzione era di buttar giù poche idee sintetiche. Ma poi l’entusiamo mi ha preso la mano….)

Nel caso tragico dei recenti incidenti aerei che hanno visto coinvolti due aeromobili 737Max si è parlato di automatismi fuori controllo, di software troppo complessi, di sistemi che richiedono conoscenze informatiche di alto livello per essere pilotati. Si è scomodato persino il pres.Trump affermando che “Gli aerei di oggi sono troppo complessi. Non voglio che a guidarli sia Einstein“, perdendo ancora un’ottima occasione per stare zitto. 

Gli automatismi degli aerei non sono troppo complessi. Non si tratta di un unico software che governa tutto l’aereo, ma di tanti moduli separati, spesso fisicamente confinati in computer separati, ognuno per un compito specifico. 

E ognuno di questi computer facilita il lavoro del pilota, tanto che il numero dei membri di equipaggio in cabina è passato da quattro a due. Nei tempi andati, quando si doveva fare tutto a mano, oltre ai due piloti erano presenti in cabina, soprattutto sui grandi aerei nei voli transoceanici, l’ingegnere di volo ed il navigatore. I loro compiti sono stati adesso sostituiti da sistemi elettronici che gestiscono autonomamente i motori, il condizionamento, la navigazione. 

Questi sistemi automatici hanno una caratteristica precisa, non sono “intelligenti”, nel senso che svolgono un lavoro preciso in un modo prevedibile, matematico, logico. Si pensi ad esempio al sistema FADEC di controllo dei motori:

electronic engine control aircraft Best of Schematic of a jet engine Fadec control system

 

Il sistema si limita a ricevere dal pilota la richiesta di potenza dalla manetta. E pensa a tutto il resto, regolando i vari attuatori per ottenere la potenza richiesta. Ogni attuatore viene regolato in base ad una legge matematica, il comportamento del sistema è, in qualche modo, meccanico e totalmente prevedibile. L’intelligenza, in tutto questo, è rischiesta solo in fase di progettazione. Ma il sistema di controllo non è intelligente.

Forse dovremmo fermarci un attimo a tentar di definire cosa intendiamo per intelligenza.  Pensiamo al nostro cervello umano, simile a quello di tanti mammiferi. Nasciamo sostanzialmente incapaci di eseguire qualsiasi compito che non sia quello di succhiare il latte dalla mammella o dal biberon. Tutto il resto lo impariamo, seguendo l’esempio dei nostri genitori, accumulando informazioni. L’intelligenza consiste nel saper risolvere problemi in base all’esperienza accumulata. 

I sistemi di controllo automatico non fanno niente del genere, non accumulano informazioni. Si limitano ad applicare equazioni matematiche stabilite dal progettista. Per ottenere una certa potenza richiesta leggono i sensori di temperatura, pressione, velocità, applicano certe equazioni, regolano l’apertura e la chiusura di certe valvole. Punto. E, soprattutto, quando escono dalle linee di produzione hanno già nel loro software tutte le informazioni che servono, ossia tutta l’intelligenza del loro progettista. E, soprattutto, non fanno niente che il progettista non sappia fare. Magari lo fanno molto più velocemente, questo si. Un po’ come una calcolatrice, che sa fare gli stessi calcoli che sanno fare i progettisti. Solo che li fa molto più velocemente. 

Un passo avanti rispetto ai meccanismi “stupidi” di regolazione sono i sistemi ad autoapprendimento. Si pensi ad un regolatore di temperatura, il termostato di casa nostra. Il suo algoritmo è elementare: quando la temperatura è inferiore a quella desiderata, un relè accende la caldaia. Quando la temperatura sale e supera quella desiderata, los tesso relé spegne la caldaia. Questo è un meccanismo un po’ rudimentale, che crea un andamento ondulatorio della temperatura, un po’ sopra e un po’ sotto rispetto alla temperatura desiderata. A questo si aggiunga che quando il termostato spegne la caldaia, i termosifoni restano caldi per un po’, e continuano a scaldare l’ambiente ancora per un po’. Analogamente, quando il relè accende la caldaia, i termosifoni ci mettono un po’ di tempo prima di andare in temperatura. E quindi il riscaldamento interviene in ritardo, rispetto al necessario. Una “imperfezione” simile nelle nostre case non crea alcun danno, non importa a nessuno se la temperatura oscila di mezzo grado o di un grado. Ma nei processi industriali un simile errore è spesso inammissibile, servono regolatori molto più precisi. E’ possibile allora sfruttare le funzioni di “autoapprendimento”. Per fare questo si lancia il processo di autoapprendimento. Il regolatore effettua dei cicli di prova e memorizza la risposta del sistema. Potrà in questo modo calcolare l’inerzia termica, e aprire e chiudere in anticipo le valvole dell’acqua calda o fredda in modo da minimizzare le oscillazioni di temperatura in un range molto ristretto.  Possiamo parlare in questo caso di “intelligenza”? No, anche se i depliant pubblicitari li descrivono come “controllori intelligenti”. Anche in questo caso l’intelligenza è quella del progettista, che programma una sequenza di autoapprendimento molto rigida e molto prevedibile. Il regolatore esce di fabbrica già pronto ad effettuare il suo ciclo di autoapprendimento per calcolare i parametri di risposta del sistema. 

I sistemi di controllo che abbiamo visto fino ad ora, semplici o complessi che siano, seguono in ogni caso una logica del tipo IF-THEN-ELSE (in italiano SE-ALLORA-ALTRIMENTI). Vediamo il caso del termoregolatore semplice, la logica sarebbe questa:
IF (“temperatura attuale” minore di “temperatura desiderata”) THEN
        accendi la caldaia
ELSE
       spegni la caldaia

Anche il regolatore più furbo ragiona nello stesso modo, solo che impara a giocare d’anticipo.

Passiamo ora a sistemi che siano davvero intelligenti. Proviamo a definire cosa significa “davvero intelligenti”. Devono saper fare qualcosa che il progettista non sa fare, in un modo che il progettista non sa prevedere. Il primo esempio che mi viene in mente è AlphaGo, il software sviluppato da Google per giocare al gioco del Go, con la speranza di vincere i migliori campioni di questo gioco. Speranza rivelatasi fondata in quanto AlphaGo ha vinto per 5 a 0, nel 2015, contro il campione europeo Fan Hui e poi per 4 a 1, nel marzo 2016 contro il campione coreano Lee Sedol

Cosa rende speciale AlphaGo rispetto ai sistemi che abbiamo visto in precedenza? Il fatto che AlphaGo ha imparato letteralmente a giocare studiando migliaia di partite di Go giocate in precedenza dai grandi campioni. Nel software di AlphaGo non sono state inserite le regole del Go, non è stato creato un algoritmo del tipo IF-THEN-ELSE, non è stata inserita nessuna regola del tipo “se il tuo avversario gioca questa mossa, tu rispondi con quest’altra”. Tutto si è svolto “semplicemente” sottoponendo ad AlphaGo migliaia e migliaia di partite. Studiando le partite AlphaGo ha imparato a giocare, e a vincere. La cosa particolare, rispetto al passato, è che i progettisti di AlphaGo non sono in grado di prevedere quale sarà la prossima mossa giocata dal computer, perché non sono stati loro a progammare gli algoritmi. Loro si sono limitati a programmare un sistema in grado di imparare. Il resto l’ha fatto AlphaGo, da solo. E’ chiaro che AlphaGo è stato pensato, ottimizzato e addestrato proprio per quel tipo di compito. 

Messa in maniera molto rudimentale, una IA altro non è che un tentativo di replica della nostra struttura cerebrale, in cui reti neurali elettroniche cercano di simulare, in modo per ora piuttosto rozzo, le nostre sinapsi. 

Le reti neurali nascono vergini e vengono addestrate, con un meccanismo che si chiama Machine Learning e  Deep Learning. L’addestramento consiste nel mostrare alla IA le situazioni che deve imparare a riconoscere e gestire. Un esempio classico è quello dei riconoscimento di immagini. Alla IA vengono mostrate quantità immense di foto contententi ciò che la IA deve imparare a riconoscere. Nelle reti neurali si formano delle connessioni tanto che alla fine la IA è in grado di di riconoscere anche immagini che non ha mai visto, per analogia a quelle già viste. Se ad esempio addestriamo una IA mostrandogli migliaia di foto di cani di ogni tipo, questa sarà in grado di riconoscere un cane specifico anche se non è mai apparso in nessuna delle foto viste, per analogia. 

Il riconoscimento di immagini è una delle componenti fondamentali delle autovetture a guida autonoma. Un primo modulo software usa le telecamere dell’auto per riconoscere tutti gli oggetti che la circondano: auto, camion, ciclisti, pedoni, segnali stradali, marciapiedi, ostacoli.  In questo video si può vedere una Tesla che guida in modo autonomo. Nelle tre immagini sulla destra si vede l’immagine catturata dalle tre telecamere e l’elaborazione della AI che si occupa del riconoscimento automatico degli oggetti che potrebbero interferire con la guida. 
Un altro modulo software esamina gli oggetti riconosciuti dal primo modulo ed elabora le strategie necessarie per la guida. Entrambi i moduli sono applicazioni di AI, il primo orientato al riconoscimento di immagini, il secondo alla elaborazione delle strategie di guida. Il primo viene addestrato con migliaia di immagini. Il secondo viene invece addestrato facendo inizialmente da “passeggero” mentre guidano autisti umani. La IA “guarda” il comportamento dell’autista e impara. 

Un altro esempio di applicazione della IA è la gestione automatica delle attività ripetitive. La società LoopAI, americana ma fondata da un italiano, crea sistemi in grado di gestire dati strutturati (schedari, database) e non strutturati (foto, audio, moduli scritti a mano) e crea macchine in grado di sostituire l’uomo per fare quei compiti d’ufficio ripetitivi, quali ad esempio il processo per la liquidazione delle pratiche assicurative. La macchina studia tutte le pratiche passate, in cui impiegati analizzano documenti di ogni tipo per capire se una certa pratica assicurativa va liquidata o è una truffa. Dopo un certo tempo di addestramento (settimane) la macchina è in grado di liquidare in pochi minuti (18 minuti) il lavoro che viene normalmente fatto da esseri umani in due anni di lavoro. Questo video spiega molto bene il processo e le sue prospettive.

Un campo in cui la IA sta trovando grandi applicazioni è quello del supporto decisionale ai medici. Il sistema IBM Watson, in passato (2011) usato per giocare e vincere al gioco televisivo Jepoardy! (dal quale è stato tratto l’italiano Rischiatutto). Watson è un computer in grado di capire e rispondere usando il linguaggio naturale, al punto di capire le domande molto criptiche che vengono usate nel gioco Jeopardy!. Oggi Watson viene usato per compiti molto più seri che si spingono fino alla assistenza ai processi diagnostici dei medici. 

Uno dei campi in cui la IA è più utilizzata è il supporto all’analisi della diagnostica per immagini. Ancora una volta alla IA è stato dato in pasto un gran numero di immagini diagnostiche (ecografie, radiografie, TAC, RM) con le relative diagnosi espresse dai medici. Alla fine dell’addestramento la IA è stata in grado di continuare in autonomia, emettendo diagnosi a fronte di una serie di immagini del paziente. 

Tuttti questi sistemi non vanno (per il momento) a sostituire il medico. Sono invece intesi come un ausilio, un aiuto, un supporto. Sarà sempre (per il momento) il medico a confermare o correggere la diagnosi della IA.  Sistemi di questo tipo si stanno sperimentando ovunque nel mondo, anche a casa nostra, all’ospedale di Vimercate.

Il vero punto di svolta dei sistemi AI è che sono automatismi che iniziano in qualche modo ad agire fuori dal nostro strettissimo controllo. Come dicevo prima, i sistemi di automazione classici sono totalmente conosciuti e prevedibili. Conoscendo i dati di ingresso se ne conoscono le azioni di uscita, matematicamente. Quando un sistema di automazione non fa quel che ci si aspetta questo dipende esclusivamente da un errore di progettazione o da un guasto.

I sistemi IA invece si comportano grosso modo come un animale addestrato. Se anche l’addestramento è perfetto, se anche l’animale reagisce come ci aspettiamo, noi non sappiamo davvero cosa succede nella sua testa, non sappiamo esattamente quali sinapsi si attivano, quali circuiti intervengono. Conosciamo, grosso modo, il sistema nel suo complesso. Ma non sappiamo in che modo le informazioni di addestramento sono state metabolizzate. Come dire che non abbiamo la certezza matematica che ad un certo input corrisponda un certo output. 

Questa non è una cosa che ci deve spaventare, così come non ci spaventano il nostro cane o il nostro cavallo. Se li abbiamo addestrati bene abbiamo la ragionevole certezza di saper prevedere quali saranno le sue reazioni. Nel caso di una IA questa certezza è maggiore, perché non ci sono reazioni istintive che possano interferire. Un cane, un cavallo, possono spaventarsi, eccitarsi, adirarsi. E queste reazioni possono interferire con il comportamento atteso. Nel caso della IA queste reazioni semplicemente non esistono. 
Il vero problema è che l’addestramento potrebbe non essere sufficiente, e la IA potrebbe trovarsi in una situazione in qualche modo nuova, che potrebbe gestire in modo errato. Qualcuno forse ricorda l’incidente occorso ad una Tesla in cui il pilota automatico, gestito da una IA, confuse il colore chiaro di un rimorchio con il cielo, e andò a sbattere uccidendo il proprietario. 
C’è da dire che il proprietario aveva inserito la guida automatica e non aveva fatto il suo dovere di supervisione. Viene infatti chiaramente detto che le capacità di guida autonoma di una Tesla devono servire da supporto al guidatore, che deve comunque sempre restare vigile, pronto ad intervenire nel caso in cui l’autopilot dovesse prendere lucciole per lanterne. E’ la stessa cosa che fanno i piloti d’aereo, che attivano il pilota automatico ma non perdono mai di vista gli strumenti e controllano sempre che l’autopilota faccia il suo dovere. 

Questo è qualcosa che dovremmo sempre ricordare, prima di affidare le nostre vite ad una IA. La supervisione umana è insostituibile, proprio perché la IA non è un automatismo totalmente prevedibile. Potrebbe sempre sbagliare. Paradossalmente è proprio il tentativo di riprodurre nella IA alcuni meccanismi del ragionamento dei cervelli animali che rende il loro comportamento in parte imprevedibile. 
E’ per questo che si continua a sottolineare il fatto che i sistemi IA devono servire da supporto alle decisioni umane e non devono in alcun modo sostituirsi agli esseri umani. Una IA potrà essere diabolicamente abile a diagnosticare malattie partendo da sintomi, anamnesi e risultanze di laboratorio. Ma sarà sempre il medico a supervisionare il lavoro della IA e a esprimere il giudizio finale. Così, per lo meno, dovrebbe essere. 
Il rischio è ovvio, l’uomo potrebbe pigramente abituarsi a prendere per buone le decisioni delle IA. 

I rischi e le paure.

Siamo appena all’inizio di questa era, molto ma molto lontani da quella che viene definita AGI (Artificial General Intelligence), in italiano Intelligenza Artificiale Forte, ossia una IA che possa emulare il cervello umano occupandosi di qualsiasi compito con la stessa efficacia con cui oggi le IA “deboli” si occupano solo di compiti specifici. 

Questa prospettiva spaventa molti, perché ricorda da vicino il mito di Frankenstein, che si ribella al suo creatore. Forse, ancora prima, il mito di Prometeo che si ribella a Giove. La letteratura ed il cinema, soprattutto quelli di fantascienza, sono pieni di storie (vedi 2001 odissea nello spazio) in cui le IA, in varie forme, si ribellano ai loro creatori e fanno di tutto per distruggerli. 

Siamo ancora molto lontani da una vera AGI, posto che ci arriveremo mai.  Molto interessante a questo proposito è il libro Superintelligence di Nick Bostrom che riflette molto sulle possibilità e le possibili conseguenze dell’avvento di una AGI. Se ben ricordo lui dice “probabilmente non succederà, ma se dovesse succedere che una IA raggiunga il livello di AGI, correremmo il rischio non accorgercene fino a quando non sarà troppo tardi”. 

A mio parere, il vero rischio dell’avvento delle IA, anche di quelle “mediocri” dei nostri giorni, è che vadano pian piano ad occupare molti dei nostri posti di lavoro.  Gli ottimisti dicono che è sempre stato così, che l’uomo ha sempre avuto paura delle novità tecnologiche, fin dal tempo dei luddisti che nel XIX secolo sabotavano i primi telai meccanici. Ed è sempre successo che le novità tecnologiche (il vapore, l’elettricità, il motore a scoppio) finivano per dare un notevole impulso all’economia aumentando a dismisura i posti di lavoro. Dicono, gli ottimisti, che sarà lo stesso per l’automazione e per l’applicazione delle IA. 

I pessimisti, invece, pensano che l’automazione, soprattutto con l’avvento delle IA, potrà sostiture l’uomo in tutte le posizioni lavorative intermedie, lasciando liberi solo i lavori meno qualificati (pulizie, manovalanza) e quelli più qualificati (management, ricerca scientifica). E’ facile vedere come, in effetti, le fabbriche oggi siano sempre più diventando “black factories” ossia “fabbriche a luci spente” in cui macchinari completamente automatici provvederanno alla produzione dei nostri beni di consumo e in cui la presenza degli umani sarà marginale. 
Nel settore impiegatizio succederà lo stesso, mille forme di IA provvederanno a sostituire man mano l’uomo nelle operazioni d’ufficio più ripetitive. Pochi esseri umani basteranno a sovraintendere e controllare il lavoro di pochi potenti computer in cui una IA farà in pochi minuti il lavoro che prima richiedeva migliaia di ore umane.  

Non so dire se abbiano ragione gli ottimisti o i pessimisti. So solo che un tema del genere dovrebbe essere al centro delle discussioni politiche attuali. Invece pare sia ancora ai margini, relegato in congressi specialistici. 

 

Mussolini ha fatto anche cose buone

Lo sentiamo ripetere sempre. Mi pare addirittura che da qualche tempo questo mantra stia riprendendo vigore. 

Giunge a proposito un libretto velocissimo di Francesco Filippi:  Mussolini ha fatto anche cose buone: Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo di cui raccomando a tutti la lettura, soprattutto a chi è convinto che il ventennio sia stato una specie di età dell’oro. 

Si legge in un batter d’occhio e libera il campo dai luoghi comuni sui “miracoli” del fascismo. 

Non è mia intenzione rubare il lavoro a Filippi, ma due o tre cosuccie le voglio sintetizzare in questo post.  Non c’è niente di nuovo o di strabiliante. Sono cose che chi vuole può trovare facilmente, e Filippi fa a tal proposito un ottimo lavoro di bibliografia, 

Il Duce ha dato la pensione agli italiani?

Il primo sistema pensionistico fu introdotto in Germania da Bismark, nel 1888. La sua iniziativa fu man mano introdotta dagli altri paesi dell’Europa industriale. In Italia fu Crispi, nel 1895, ad introdurre i trattamenti pensionistici per impiegati pubblici e militari. Poi, nel 1898, il governo Pelloux estese la copertura ad altre categorie di lavoratori e fondò la “Cassa nazionale di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”. Le lotte operaie degli anni successivi ottennero di estendere le protezioni alle maggiori categorie di lavoratori. Dopo la prima guerra mondiale, nel 1919, altre riforme introdussero altre protezioni e l’adesione delle aziende alla “Cassa” divenne obbligatorio. 
E allora il Duce cosa c’entra? Molto poco in realtà. Accentrò tutto sotto il controllo dello stato, cambiò nome alla Cassa trasformandola in “Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale”, assunse un numero spropositato di impiegati, tutti di estrazione fascista, giungendo ad avere la bellezza di 8000 impiegati, un’enormità rispetto ai tempi. L’INFPS inaugurò il periodo in cui bastava dimostrare di essere fascista della prima ora (legge 782 del 1939) per avere diritto ad essere assunto dalla pubblica amministrazione. Questo scatenò la caccia ad improbabili patentini di “squadrista doc”. 

Il Duce ha dato la 13ma agli italiani?

Mica tanto. La gratifica natalizia era già abitudine, se pur informale, in molti paesi europei, Francia e Germania in testa. Il Duce la lasciò per lungo tempo alla scelta volontaria degli impenditori. Fu solo nel 1937 che venne inserita in una norma di legge riguardante il contratto collettivo dei lavoratori dell’Industria. Ma….. bilanciata dallo straordinario obbligatorio che poteva estendere l’orario di lavoro fino a 12 ore. I lavoratori non potevano rifiutare gli straordinari, il lavoro festivo e quello notturno.  

Il Duce ha bonificato le paludi?

Forse un po’. Ma non ha inventato niente. Furono già i romani ad affrontare questo problema. Poi il papato, nel Quattrocento. Poi il Regno d’Italia, con una legge ad hoc nel 1878 e più avanti nel 1905 e nel 1922. Nessuno di questi interventi fu però risolutivo. Il Duce ebbe il merito di coordinare gli sforzi e di fare una serie di leggi che stanziavano ficre iperboliche, soprattutto nel futuro. Ma i risultati furono molto inferiori alle attese. Cominciò nel 1923 promettendo di recuperare all’uso agricolo 8 milioni di ettari. Dopo 10 anni dichiarò trionfante di averne recuperati 4 milioni, ma un’analisi più approfondita dimostra che si trattava in realtà di 2 milioni di ettari di cui 1,5 milioni erano il risultato degli interventi già avviati in epoca prefascista. Risultato netto dello sforzo: 0.5 milioni di ettari sugli 8 promessi. Non molto, a dire il vero. 

E l’elenco continua, ma non vi voglio togliere il piacere di leggere il libro di Francesco Filippi. Mi limito ad elencare gli argomenti:

  • Edilizia popolare
  • Urbanistica e trasporti
  • Gestione delle emergenze
  • Giustizia e legalità
  • Sconfitta della mafia
  • Economia
  • IRI
  • Condizione femminile

Per ognuno di questi punti Filippi dimostra quanto i presunti meriti del Duce siano in realtà privi di consistenza e frutto di abile comunicazione mediatica. 

 

 

25 aprile

E’ appena passato il 25 aprile, eterna fonte di polemiche in questo nostro paese sempre diviso in due parti.  Almeno in due parti.

Tempo fa forse avrei potuto dire “diviso a metà”. E, anzi, ricordo tempi in cui la torta era divisa in modo diverso, e la giornata del 25 aprile mobilitava folle ed emozioni in proporzioni decisamente diverse.

Oggi ho l’impressione che le proporzioni siano cambiate, e che sia prevalente un senso di disinteresse, di stanchezza, di noia. Cheppalle il 25 aprile!

No, non la penso così. Resto dell’idea che non si debba dimenticare.

C’è chi dice “basta con questa divisione fra fascisti e antifascisti! Sono cose passate, bisogna guardare avanti, superare questa divisione”. E sarebbe come dire che occorre perdere la memoria, dimenticare la storia. 

Per inciso, c’è anche chi dice la stessa cosa per la giornata della memoria. Dicono, anche in questo caso, che si tratta di fatti ormai passati.

No, non si deve dimenticare. Non si devono dimenticare i campi di concentramento e non si deve dimenticare il giorno in cui finalmente siamo usciti da un’epoca buia.

Lo so, lo so. Ci son quelli che dicono che l’epoca del fascismo non era poi così buia. E che Mussolini “ha fatto anche cose buone”. E via con l’elenco delle “cose buone del fascismo”: le pensioni, la tredicesima, le bonifiche e via elencando luoghi comuni per lo pù infondati. 

Sulle “cose buone del fascismo” si può discutere a lungo, e chi vuole può leggere in questo post qualcosa a riguardo. Ma prima mi preme sottolineare un punto sul quale comunque non ci può essere discussione, sono fatti incontrovertibili.

Il fascismo era una dittatura illiberale. Censura sulla stampa, sull’informazione. Divieto di manifestazione, di associazione. Estromissione dalle funzioni pubbliche di chiunque non fosse iscritto al partito. Persecuzione fisica degli oppositori e degli ebrei. Impossibilità di scegliere i propri rappresentanti ed amministratori a qualsiasi livello. Molti di coloro che oggi guardano con nostalgia a quel periodo oggi sarebbero i primi a finire sotto il maglio della repressione. Usano oggi una libertà di critica che a quel tempo avrebbe significato carcere e persecuzioni di ogni tipo. 

Ma, dicono, la rinuncia alle libertà borghesi era un prezzo ben misero rispetto ai grandi vantaggi che il fascismo offriva ai cittadini. E, a sostegno di questa affermazione, ripetono a memoria l’elenco delle cose buone del fascismo. 

Ma vale davvero la pena di svendere la propria libertà per una lista di vantaggi materiali? 

Si, lo so, vi sento obiettare che mai come sotto il fascimo l’Italia era rispettata, studiata, ammirata in tutto il mondo. E gli italiani erano, solo allora, orgogliosi di essere italiani. Facile rispondere che molto dipendeva dall’abile gestione dei processi di comunicazione. Il governo controllava in modo rigoroso la macchina della comunicazione e del consenso, fornendo anche all’estero l’immagine di una nazione forte, organizzata, produttiva. Quanto di quest’immagine fosse reale e quanto frutto invece di una abile orchestrazione mediatica è compito su cui si sono cimentati gli storici di ogni tendenza.

Resta il fatto che repressione, carcere e persecuzioni non erano un’opinione. Erano la realtà di ogni giorno per chi voleva esprimere il proprio parere fuori dal coro. O, banalmente, per chi aveva subito il fato di nascere ebreo. 

E, soprattutto, le sorti della nazione erano nelle mani di una persona sola. Questo succedeva in Italia, in Germania, in Russia e nei satelliti dell’Est. E in tutti questi posti il tributo di sangue, di reperessione e di persecuzione è stato terribile.

Questo vuol dire 25 aprile. Vuol dire ricordare che la libertà è, come ha detto giustamente il PdR Mattarella, un bene assoluto. Svendere la propria libertà in cambio di vane promesse di stabilità e benessere significa preparare la strada a persecuzioni, repressioni, discriminazioni e sofferenze. E’ questa mia una affermazione arbitraria? No, onestamente penso di no. Chi pensa il contrario mi faccia il nome di una dittatura che non sia finita nel sangue, che non abbia oppresso e perseguitato proprio quel popolo che pretendeva di difendere. Nessuna dittatura di quelle passate, alla resa dei conti, può superare questo semplice filtro. Tutte hanno limitato le libertà personali, hanno perseguitato, incarcerato, ucciso gli oppositori e non solo quelli. Partite, forse, con buone intenzioni, sono tutte finite in un bagno di sangue. Tutte, qualunque fosse la matrice politica iniziale.

Le democrazie sono imperfette. Il potere economico le condiziona pesantemente, la corruzione le devasta. L’inefficienza le inchioda pesantemente a terra, rendendo difficile il lavoro di chi vorrebbe produrre ricchezza per se e per gli altri. 

Ma viviamo in un mondo imperfetto, specchio di noi esseri umani schiavi delle nostre egoistiche pulsioni. La democrazia è il miglior antidoto a queste imperfezioni. Un antidoto imperfetto, ma la storia dell’uomo, soprattutto quella recente, non registra esperienze riuscite che non siano finite nel dolore sangue. 

Nella democrazia, per quanto imperfetta, ci scegliamo in qualche modo i nostri rappresentanti. Li votiamo. Certo, i centri di potere fanno di tutto per piegare la democrazia, per snaturarla, per condizionarla. Ci impongono candidati che non ci piacciono. Liste bloccate, candidati paracadutati. Quelli che da qualche tempo vengono chiamati “poteri forti” (i poteri o sono forti o non vale la pena di citarli) fanno di tutto per piegare le democrazie ai loro interessi. Ovvio. Ma quale sarebbe, allora, l’alternativa?

Oggi, aprile 2019, vedo molti invocare l’arrivo dell’uomo forte, dell’uomo della provvidenza, di colui con con mano ferma sappia prendere il timone e portare il nostro paese verso un luminoso futuro. E invocano Salvini a piena voce, come i loro padri e nonni invocavano il nome del duce. 

Ma chi sceglie l’uomo forte? E con quale meccanismo? Mussolini, tanto per restare in Italia, è stato scelto dalla democrazia. Da quel poco di storia che ricordo, è arrivato in parlamento nel maggio 1921 . Discorso analogo per Hitler, che entrò nel  Reichstag nel 1930. 

Ma oggi, 25 aprile 2019, quale sarebbe la proposta politica di coloro che hanno in odio la democrazia e che invocano l’arrivo di un dittatore? Come propongono di effettuare la selezione? Vinca il più forte? Si veda al proposito come Stalin, il più forte, vinse la lotta per il potere contro  Trockij, Zinov’ev, Kamenev e Bucharin. E si valutino le conseguenze di questa vittoria del più forte.

Signori, la democrazia vi fa schifo, sognate che qualcuno (non certo voi, che preferite le calde poltrone) entri in parlamento con la forza e mandi all’altro mondo qualche parlamentare a casa. Ma cosa proponete in concreto, in alternativa a questa imperfetta democrazia?

Il 25 aprile questo è: la memoria di un periodo in cui, in Italia e altrove, la demorazia era stata offuscata e vilipesa di chi aveva preso il potere con la forza, con la forza aveva ridotto al silenzio e poi eliminato chiunque dissentisse dal pensiero unico. E con la forza aveva portato la nazione alla rovina.

Oggi protestate contro questo stanco 25 aprile.  Ma se lo potete fare è solo perché un 25 aprile c’è stato. 

Dimenticavo:

Molti vivono con fastidio questa data perché “de sinistra”. Ma è una scusa miserabile. Il 25 aprile è la festa dell’uscita da un tunnel di disperazione. E la festeggiano tutti, per lo meno quelli che non hanno nostalgie fasciste. Loro avrebbero probabilmente preferito che l’esito della guerra fosse stato un altro. Si mettano l’animo in pace.  Oppure attendano che l’oblio dilagante, l’ignoranza, la perdita del senso della storia, finiscano per svuotare questa ricorrenza. Quanti dei nostri giovani sanno, almeno per sommi capi, cos’è successo 74 anni fa?

Poi ci sono le sterili polemiche sul fatto che i partigiani si siano addossati il merito di una guerra vinta da altri, che il loro contributo alla disfatta di fascisti e nazisti sia stato irrilevante. E che a causa loro siano stati uccisi dai nazifasi numerosi civili innocenti. La storia si divide nella valutazione di alcune azioni violente nei confronti dei nazisti, le valutazioni non sono univoche e chissà se si arriverà mai ad un bilancio sereno. Certo è strano pensare di restarsene buonini buonini a casa mentre un esercito occupante mette a ferro e fuoco il nostro paese, razziando e uccidendo. Ci saranno state, certo, strategie politiche in tutto questo, in vista della spartizione del potere dopo la fine della guerra. Ma resta il fatto che non so quanti di quelli che oggi danno fiato alle trombe contro il 25 aprile sarebbero rimasti buoni e calmi a vedere i nazisti  e i fascisti spadroneggiare ancora con violenza e brutalità. O forse si, forse sarebbero rimasti rintanati in casa come topi. O, magari, sarebbero stati loro dalla parte dei fascisti. 

E infine, il 25 aprile non è il Santo Graal, non è la reliquia che guarisce tutti i mali. I cretini ci sono sempre anche quel giorno. I cretini che fischiano i partigiani ebrei, quelli che (è successo!) fischiano la Moratti e suo padre in carrozzella. Ci sono i cretini che si sentono padroni ed unici eredi del 25 aprile. Questo nulla toglie al significato di questa data. 

 

 

 

 

 

 

dr.Andrea Randazzo

E Andrea si è laureato!
La cosa è successa il 20 novembre 2018, a Milano, accademia di Brera, Sala Napoleonica.

 

E poi, il giorno dopo, la cena con gli amici:

Caldaia Vailant OutsideMag, errori F27, F33, F63

18 nov 2018
A casa di mia madre l’acqua calda ed il riscaldamento sono centralizzati. Una spesa assurda, a causa dell’impianto vecchio e molto inefficiente. Ho pensato di staccarmi dall’impianto centrale e di installare una caldaia che servisse sia per il riscaldamento che per l’acqua calda, ma per mille motivi, primo fra tutti l’assenza di una canna fumaria, ho dovuto rinunciare all’idea di staccarmi dal riscaldamento centrale.  Però l’idraulico mi ha detto che avrei potuto installare uno scaldabagno esterno, anche senza canna fumaria. La sua scelta è caduta sullo scaldabagno esterno Vailant Outsidemag

Bello e funzionale, per i primi tre anni. 

Poi, come per tutti i matrimoni, sono iniziati i primi problemi. Niente acqua calda per la doccia. Il display del pannellino di comando visualizza Errore F33, caldaia bloccata. Accendo, spengo, stacco l’alimentazione. Niente da fare, l’errore F33 non se ne va. Il manuale dice:

Errore F33

 

 

 

Fantastico, e adesso che faccio? Non senza fatica trovo un cacciavite torx adatto a  smontare la copertura e cerco il pressostato.    Il pressostato lo si individua facilmente, una volta tolta la copertura. Basta identificare, sul lato 

destro, un tubicino di plastica trasparente, diametro di circa 5mm, che va dal pressostato fino all’apertura superiore, quella da cui esce il gas di scarico. Il pressostato è un dischetto di plastica  di qualche cm di diametro, da cui parte il tubicino di plastica trasparente che va verso l’alto. Guardo il tubicino trasparente del pressostato, ma mi pare pulitissimo. Anche i contatti elettricisembrano a posto. 
Niente da fare, devo chiamare l’assistenza. Chiamo l’idraulico che me l’ha venduto, e lui alza le mani: “Ah, guardi, mi spiace ma non posso aiutarla. Quel tipo di caldaia deve essere gestito direttamente dall’assistenza Vailant”. Allora chiedo a Google, che mi dice chi fa l’assistenza Vailant a Sanremo. Arriva un signore molto cortese, smonta la copertura, smonta tutto il circuito del pressostato. Non c’è solo il tubicino trasparente, ci sono anche dei tubicini in rame, con due o tre curve. Lui li pulisce, soffia, ci fa entrare uno scovolino che segue le curve. Insomma, la caldaia torna a vivere. Pare che gli insetti amino rifugiarsi nel tubicino di rame.

Tutto bene per un paio di mesi, poi di nuovo F33. 

Stavolta so bene come fare, smonto la copertura, smonto i tubicini, soffio, pulisco, rimonto, e come d’incanto la caldaia riparte. Ok, prendo nota che ogni due o tre mesi occorre pulire i tubicini di rame dagli insetti. Certo, potevano metterci una protezione. 

Passano ancora due o tre mesi, e la caldaia si blocca di nuovo. Errore F33? Eh, no! Troppo facile! Stavolta F63. Vediamo cosa dice il manuale:

Errore F63

 

Ah ecco! Una scheda da cambiare, siamo a posto. E, chiaramente, alla fine della garanzia. Provo a cercare qualche idea su Google, ma quel che trovo mi fa cadere le braccia, leggete qui.

Sembra proprio che questa caldaia sia nata male! Cerco invano una qualche risposta di Vailant, ma tutte le lamentele restano inascoltate e l’azienda si limita a non rispondere.

Questa gente pare non capire che ormai i clienti hanno imparato a cercare su internet, prima di un acquisto o in caso di problemi. E quando capiscono di essere davanti ad un prodotto mal progettato o, peggio, alle prese con una azienda che non si fa carico dei problemi dei propri (sfortunati) clienti, sanno come evitare di farsi fregare in futuro. 

Nel frattempo chiamo nuovamente l’assistenza Vailant di Sanremo. Ormai siamo amici. Il tecnico, sempre gentilissimo, viene, fa un magheggio sul pannello di comando remoto, e la caldaia riparte.
– “C’è da sostituire la scheda di controllo, purtroppo.”
– “Ma non sarà una questione di contatti da pulire, magari a tirar fuori e a rimettere in posizione i connettori?”
– “No, guardi, ormai conosco il problema. C’è una Eprom che ogni tanto perde il codice di identificazione dell’apparecchatura. La scheda non sa più che tipo di caldaia deve gestire. Sulle nuove schede il problema non si verifica. Purtroppo ho terminato le schede in magazzino, ci sarà da aspettare un paio di giorni. La chiamo in settimana”. 

Nel frattempo andrò avanti facendo un po’ di pratiche magiche, per far funzionare la caldaia. Quando interviene l’errore 63 faccio, in ordine sparso, le seguenti manovre che ripeto fino a quando l’errore sparisce:
– Stacco la corrente della caldaia, la tengo staccata qualche minuto, poi la riattacco. 
– Spengo la caldaia dal suo pannellino remoto, la tengo spenta per qualche minuto, poi la riaccendo.
– Sempre operando dal pannellino, spengo e riaccendo la caldaia ripetutamente.
– Apro l’acqua calda, la tengo aperta qualche minuto, e poi la spengo di nuovo.
Insomma, non c’è niente di logico in tutto questo, diciamo pure che faccio delle manovre a casaccio, ma solitamente ad un certo punto la caldaia riparte. 

Ecco, questa è la situazione ad oggi 18/11/2018. Appena ci saranno sviluppi aggiornerò questo diario. Nel frattempo, se anche voi avete problemi con questo scaldabagno, lasciate un commento. Magari ne può nascere un’azione “stimolante” nei confronti del produttore. Più siamo meglio è. Descrivete nel dettaglio qual è il problema e quali sono stati i vostri contatti con l’assistenza Vailant.

Se cercate in rete, poi, trovate anche molti riferimenti all’errore F27. A me non è (ancora) capitato. E’ definito  “fiamma non corretta”. Dicono di controllare l’elettrodo di ionizzazione (quello che fa la scintilla?) o di sostituire la scheda. Eh già, come se fosse facile. Anche perché, leggendo qua e là, pare che non sia neanche facile ottenere una scheda di ricambio. 

  • edit 23/11/2018

Alla fine la scheda di ricambio è arrivata e adesso la caldaia funziona. Con una spesa di 100€ problema risolto. Staremo a vedere quanto dura.

  • Edit 6 sett 2019

Inaspettatamente questo thread è diventato “popolare” ed ho ricevuto parecchi commenti che possono essere letti più in basso. Ho scoperto che anche un altro sfortunato utente, Luciano,  ha pensato di parlare dell’argomento sul suo blog.

  • Edit 19 sett 2019

Per chi avesse problemi ad individuare il pressostato e il tubicino di rame, guardate l’immagine qui sotto. In rosso il pressostato, in verde  il tubicino di rame. Dal pressostato al tubicino di rame c’è, non disegnato, un tubicino di plastica trasparente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Edit 26 sett 2019

I commenti arrivati (qui sotto) sono numerosi, e alcuni propongono delle soluzioni veramente interessanti. Ne consiglio vivamente la lettura!

  • Edit 1 novembre 2019

Si è aggiunto Silvano all’allegra congrega. Lui ha una caldaia Turbotech Exclusive con problemi analoghi, quindi la famiglia si allarga.

  • Edit 29 marzo 2020

Trovo finalmente l’occasione di pubblicare le foto che mi ha mandato Loredana che riguardano il montaggio della nuova scheda

Guerra di religione o contrapposte idiozie?

Allora, è ormai ufficiale che mi piace farmi del male, e con cadenza quasi giornaliera apro le pagine virtuali del sito del quotidiano “ilGIornale”. Solitamente è una cosa che non reggo per molto. Giusto il tempo di leggere un articolo e dare un’occhiata ai commenti, e la misura è subito colma. 

Oggi la cosa è durata qualche minuto di più, la mia attenzione è stata catturata da questo articolo:

Una grande Croce distrutta a Lesbo in Grecia. Un sacrilegio compiuto col sostegno delle Ong che dicono: “offende i migranti”. Silenzio del Papa.

Click qui per leggere l'articolo

Certo che detta così pare inquietante, perché mai qualcuno dovrebbe abbattere una croce? Senza se e senza ma, una cosa del genere è una cosa indecente, cretina. Partiamo da qui. 

E poi facciamo un passo in più. La croce non è li da sempre. E’ stata eretta a settembre. Ho fatto una ricerca in rete, in inglese, tanto per uscire dalle pastoie della politicuzza localle e delle sue strumentalizzazioni. E non son riuscito a capire chi avesse eretto questa croce, e con quali propositi. Ho solo letto che la croce era stata eretta ad Apellia, nei pressi del castello di Mytilene, in onore dei tanti morti in mare. Già questa cosa mi pare strana. Nel senso che sembra fatta apposta per contrapporre un simbolo religioso cristiano (“IL SIMBOLO”) ai tanti migranti solitamente non cristiani che arrivano nuotando sulle coste di Lesbo, quando non muoiono nel tentativo di farlo. Ora, se proprio uno vuole erigere un monumento per celebrare i morti in mare, visto che la maggioranza di questi sono musulmani, dovrebbe magari evitare di usare un simbolo religioso. Magari, che so, una cosa come quella che c’è a Piazza Verga a Catania 

 

Questa si che ricorda il mare, la barca, le onde, il naufragio, la lotta contro la morte. Se fossero stati sinceri, avrebbero fatto qualcosa del genere. E invece no, la croce. C’è o non c’è un intento conflittuale? E’ o non è un messaggio di contrapposizione, un dire “attento migrante che arrivi, questa è un paese cristiano, questa è la Croce che rappresenta la nostra religione”. E di questi tempi, è praticamente una dichiarazione di guerra. O quanto meno un messaggio di contrapposizione, non certo di unione. 

Ma teniamoci forte, i quattro passi nella follia non sono terminati. 

Pare, e dico “pare” perché di fonti sicure non ne ho trovate, pare dunque che le organizzazioni locali di aiuto ai migranti (le diaboliche ONG finanziate ovviamente da Soros, il diavolo in persona!) abbiano protestato per questa improvvida iniziativa. Fin qui ci può anche stare. Ma pare che la motivazione fosse: ” the coexistence group claimed that the cross was placed there to prevent migrants from swimming”. Insomma le associazioni sostengono che la croce è stata messa li per impedire ai migranti di nuotare. E questa mi pare delirante. Già mi suona incomprensibile il fatto che i migranti possano dirsi infastiditi dai simboli religiosi cristiani. E’ una cosa (pur vera) che non riesco a digerire. Ma che un migrante sul punto di morire possa fare dietro front, e magari andare a morire in mare aperto pur di non approdare su un’isola dominata dalla croce, mi pare davvero l’apoteosi dell’idiozia. Se qualcuno, delle associazioni di aiuto ai migranti, ha davvero detto e scritto una cosa del genre, è la prova provata che anche dove ci sono le migliori intenzioni imperversa furiosa la tempesta dell’idiozia. 

Idiota e provocatoria l’idea di erigere la croce, idiota quella di pensare che la croce possa impedire ai migranti di nuotare verso la salvezza.

E infine, ultimo passo nel delirio, qualcuno ha pensato bene di abbattere la croce a mazzate. Fantastico. Così il cerchio dell’idiozia è completo.  Che senso ha abbattere un simbolo religioso, pur se eretto con le peggiori intenzioni? Si protesta contro le guerre di religione, contro le crociate portate avanti da sovranisti deliranti, e per farlo si abbatte un simbolo religioso?

Ho proprio la sensazione che la follia, anzi, l’idiozia stia dilangando a macchia d’olio.

 

 

So tutto io

Mi è venuto in mente di scrivere questo post leggendo un articolo sulla sperimentazione dei camion elettrici che sta partendo sulla BreBeMi.

Non è tanto la cosa in se, che può interessare o meno, quanto il tenore dei commenti. La maggior parte sono livorosi e saccenti. Cito:

  • spero sia uno scherzo
  • Brebemi… non sanno più che inventarsi… 
  • Serio? Questa porcheria è innovazione? Alla faccia della mitigazione e compensazione ambientale… Da bloccare subito questo scempio.

e così via. Questa modalità è ormai diffusissima. Io la chiamerei “modalità bar sport”, dove ognuno si sente più intelligente e preparato del CT della nazionale o dell’allenatore di una qualsiasi squadra di serie A. E lo stesso per quanto riguarda la politica. Tutti allenatori, tutti potenzialmente uomini politici dalle grandi vedute. E però inascoltati (come tutti i grandi geni),  e però ridotti a spararle grosse al bar sport, meglio se dopo qualche bicchiere.  O sul blog preferito, meglio se anonimi. Questa gente sa tutto, ha già visto tutto, ha già studiato tutto. Non sbaglia mai ed è circondata da deficenti incapaci. Prova a dire la tua sul camion elettrico. Arriva subito lui e dice che è una cazzata. Lo stesso se si parla di auto elettrica, di riscaldamento globale o di qualsiasi altro argomento. Il So Tutto Io ha la risposta per tutto, e quel che dicono gli altri non vale niente.  Il STI non ha dubbi, ha solo certezze rocciose. A volte le cambia, ma sempre certezze rocciose sono. Ad esempio: una volta, negli anni 90/2000 era rocciosamente filoatlantico e a favore delle guerre, tutte, purché iniziate dagli USA. E chi era contro la guerra era un disfattista da mettere al muro. Adesso, con la stessa rocciosa sicurezza, è contro gli USA, a favore di Putin, e le guerre di una volta erano frutto del complotto massonico-giudaico delle élites.  Il STI non ha dubbi oggi come non li aveva allora. Girato di 180°, ma sempre roccioso. 

Il dubbio non lo sfiora. Il fatto che gli altri stiano sperimentando (ad esempio)  qualcosa di elettrico, con fatica, con dispendio di denaro e di speranze, per lui che sa già tutto è una perdita di tempo. O, peggio ancora, un complotto dei cinesi (o degli alieni) per mandare in crisi l’industria. 

Un minimo di buon senso, oltre che di rispetto per le idee altrui, consiglierebbe prudenza. Uno potrebbe dire “Questa cosa non mi convince proprio. Ma magari c’è qualcosa che io non so. Può anche essere che chi studia (per restare sull’esempio di apertura) l’applicazione del camion elettrico non sia un cretino completo. Forse hanno visto soluzioni che a me sfuggono”. Ma una simile insicurezza non si adatta al So Tutto Io, che essendo tutto d’un pezzo, non ammette esitazioni. 

Questo ipotetico (ma neanche tanto) personaggio spazia su quasi tutti i territori dello scibile umano. Difficile che ci sia qualcosa che non sa, su cui non nutra sicurezze rocciose. E allora lo trovi ovunque, che si parli di politica, di tecnologia, di ecologia o di morale. Chiedi a lui, saprà guidarti. Soprattutto al terzo bicchiere.

 

Sperando di sbagliare

ATTENZIONE: questo post non è completo. Torna più tardi o leggi pure, sapendo di leggere una cosa incompleta. 

Legato a vecchi principi di risparmio e di prudenza, guardo perplesso l’arrivo dei barbari e cerco di capire se porteranno, come dicono, novità e progresso o se invece non faranno che peggiorare le cose e rendere ancor più traballante il mio futuro di (spero) pensionato. Per questo giro con sguardo inquieto fra le ultime notizie e le pagine web che promettono di spiegare parole e sigle misteriose: DEF, PIL, Nota di aggiornamento e molte altre. 

Il risultato è sconsolante, fatico davvero ad orizzontarmi. E allora, come mia abitudine, provo a calare la teoria nella pratica. Provo a parlar per parabole, per esempi, come faceva un paio di millenni fa uno che, come me, si chiamava Salvatore ed era figlio di Maria. 

Diciamo che ho un’azienda. Niente di eccezionale, tiriamo su 100mila € l’anno. Purtroppo fra una cosa e l’altra ne spendiamo 110mila. Abbiamo un deficit di 10mila€ l’anno.  Il che ci porta ad aumentare il nostro debito di 10mila€  quest’anno. Niente di grave, in sè. Se non fosse che il debito è già arrivato a 130mila€. Il direttore della banca, che è un amico, mi dice “Salvo, bisogna fare qualcosa, devi rientrare poco per volta sennò son guai. Dall’anno prossimo dovrò comunque aumentarti il tasso di interesse altrimenti i miei capi mi tirano il collo. Un debito come il tuo sta diventando pericoloso, potresti non riuscire a rientrare. ”

Già oggi pago il 3%, il che vuol dire che quest’anno ho pagato 3’900€ sul debito di 130mila€. E l’anno prossimo? Se le cose non cambiano il deficit sarà sempre di 10mila€, portando il debito a 140mila€, gli interessi a 4’200€ che andranno anche loro a gravare sul debito per altri 300€ (la differenza fra i 4’200€ di interessi di quest’anno e i 3’900€ dell’anno scorso). Quindi il debito sarà in realtà di 140’300€.  In effetti mi sto arrotolando in una crisi progressiva, dalla quale rischio di non saltar fuori.

Qui le alternative sono solo due: o aumento le entrate, o diminuisco le uscite. Le spese le ho già ridotte all’osso, ho ottimizzato tutto l’ottimizzabile, per ridurre le uscite dovrei licenziare qualcuno. Ma i miei dipendenti mi servono tutti, tutti, per realizzare il fatturato. Quel che mi servirebbe è l’acquisto di nuovi macchinari che mi darebbero la possibilità di espandere il mercato. Ma il mio amico direttore di banca mi ha già detto che di ottenere un altro prestito non se ne parla. 

Devo trovare una banca o un privato che mi presti i soldi per rinnovare le macchine e aumentare le entrate. Lo scopo è quello di aumentare le entrate più di quanto aumenterà il debito, in modo da poter invertire la tendenza ed innescare una diminuizione progressiva del debito, fino ad andare in pareggio, o meglio in attivo.

Vado dal direttore della Banca Transilvania, “Saremo felici di prestarle i soldi che le servono, ma dobbiamo capire quali sono le nostre speranze di recuperare i soldi che le prestiamo. Lei ha fatto un progetto dettagliato di come intende utilizzare i soldi che le presteremo?” “Beh, si, speravo di aumentare la produzione rinnovando il parco macchine” “Non vedo però un piano industriale dettagliato, e un piano di rientro dal debito, non lo ha preparato?” “Beh, no, cioè, si, se produco di più aumentano le entrate e quindi rientro dal debito” “Ma caro signore, occorrono numeri, piani, progetti! Di quanto pensa di aumentare la produzione? Di quanto pensa di aumentare gli utili? Riuscirà l’aumento degli utili a compensare l’aumento degli interessi da pagare? Questi sono i numeri che vogliamo vedere, altrimenti come possiamo sperare di recuperare i nostri soldi? Senza un piano dettagliato pochi saranno disposti a darle ulteriore credito, e solo a fronte di interessi ben più pesanti di quelli di mercato”.

Ecco, grosso modo è questo quel che succede. Lo stato italiano (NOI) ha bisogno di soldi per fare qualsiasi cosa, sia per pagare la spesa corrente, sia soprattutto per fare investimenti. Se si vuole fare il terzo valico fra il nord Italia e Genova, occorrono investimenti. Se si vogliono migliorare le infrastrutture, occorrono investimenti.  E siccome siamo sempre in deficit (spendiamo più di quanto guadagnamo con le tasse), il nostro debito aumenta e questo rende inquieti i nostri creditori, siano essi italiani o stranieri. 

DiceLo spread è una bufala, una manovra dei poteri forti per bloccare la rinascita italiana“. Vediamo di ragionare su questo mantra che ci accompagna fin dalla caduta del goveno Berlusconi, nel 2011. Si diceva “i titoli di stato italiano sono in mano alle grandi banche e finanziarie internazionali che comprano e vendono a loro piacimento, determinandone artificiosamente il prezzo e quindi lo spread. Lo spread non esiste, non ci interessa”. Lo dicevano nel 2011, parlando del grande complotto. Lo dicono anche adesso, anche se ormai solo il 30% del debito italiano è in mani estere. L’Italia ha riacquistato quasi completamente il debito estero, e adesso sono per lo più le banche italiane a detenere i titoli di stato.

DiceSi ma anche le banche italiane sono schiave dei grandi circuiti finanziari, delle élites massonico-giudaiche“. Può anche darsi, chi lo sa. Ma resta il fatto che quando hai bisogno di soldi, ti presenti con il cappello in mano, e non puoi essere tu a stabilire qual è il tasso giusto, e quale prestatore preferisci. Il coltello ce l’hanno in mano loro. Il capitalismo non è  mai stato la San Vincenzo e neanche la Croce Rossa. Il grande capitalismo ha una sola regola: fare utile. Quindi se non ci piacciono le regole del grande gioco economico mondiale, delle due l’una: o abbiamo la forza per cambiare le regole del gioco, o ce ne tiriamo fuori e giochiamo entro i nostri confini con le regole che piacciono a noi. Mussolini fece qualcosa del genere, dopo le sanzioni economiche del 1935, con l’autarchia. Questo comporterebbe ovviamente l’uscita definitiva dall’euro ed il ritorno alla lira o ad altra valuta autarchica, si inventeranno un qualche nuovo nome evocativo. Una cosa è quasi certa: la nuova valuta sarebbe inizialmente molto svalutata rispetto all’euro, e di conseguenza tutti i risparmiatori italiani, banche e privati, si ritroveranno in mano carta straccia. Con buona pace di chi sperava di essersi garantito un buon paracadute per la vecchiaia. I titoli di stato non crollano mai! O no? La forza di cabiare le regole, ovviamente, non ce l’abbiamo. Proprio il fatto che la grande maggioranza del debito è ormai in mani italiani ci rende più deboli. Non possiamo neanche ricattare i nostri creditori, essendo questi in gran parte italiani. E, in più, i mercati esteri stanno facendo di tutto per liberarsi dei nostri titoli di stato, sempre più simili a spazzatura. E questo ci renderà sempre più deboli. Quindi le uniche strade plausibili sono due: giocare secondo le regole, magari facendo di tutto per convincere i nostri partner, o fare il salto nel buio.

Dice: “Si, certo, ci potrebbe essere un primo momento di sbandamento, ma poi la svalutazione Lira su Euro favorirà le esportazioni e farà riprendere l’economia“. Può darsi. Una cosa è certa, se usciamo dall’euro perdiamo ogni possiblità di dire la nostra sulle regole. A questo punto, visto che comunque dovremo commerciare con i paesi dell’area Euro, dovremo subire le loro regole, se vorremo vendere. Non potremo più difendere i nostri prodotti agricoli, meccanici, niente. Le regole europee dovremo comunque subirle, ma senza voce in capitolo. Non mi pare un gran bel miglioramento. Potremmo sempre vendere su mercati non europei, ma teniamo presente che la maggior parte (40%) delle nostre esportazioni è di beni di investimento, soprattutto meccanica strumentale. Il che ci mette in rotta di collisione con la Germania, che è il primo produttore europeo. Nel momento in cui dovessimo uscire dall’Euro, niente impedirebbe alla Germania di farci la guerra dei prezzi, e per quanto bravi, rischiamo di dissanguarci a far guerra alla Germania. Stesso ragionamento per gli altri settori di esportazione. Quindi puntare sulle esportazioni grazie alla lira debole potrebbe non essere facile come vogliono farci credere. 
Ma lo scopo di queste righe non è tanto l’analisi degli scenari di uscita dall’Euro quanto quell di fare una riflessione sulla pretesa dei nostri nuovi governanti di ignorare le questioni legate allo Spread e ai mercati internazionali. Il Ministro dell’Interno che dice “Lo spread ce lo mangiamo a colazione” fa un’affermazione che se può avere un senso sul lungo periodo, sul breve risulta essere quanto meno azzardata.  Visto che lo spread non è altro che un indice del rendimento dei nostri titoli di stato a 10 anni confrontato con gli analoghi titoli tedeschi, se lo spred sale, sale anche l’interesse che noi stato dovremo pagare ai nostri creditori per rinnovare i titoli a scadenza.