dr.Andrea Randazzo

E Andrea si è laureato!
La cosa è successa il 20 novembre 2018, a Milano, accademia di Brera, Sala Napoleonica.

 

E poi, il giorno dopo, la cena con gli amici:

Caldaia Vailant OutsideMag, errori F27, F33, F63

18 nov 2018
A casa di mia madre l’acqua calda ed il riscaldamento sono centralizzati. Una spesa assurda, a causa dell’impianto vecchio e molto inefficiente. Ho pensato di staccarmi dall’impianto centrale e di installare una caldaia che servisse sia per il riscaldamento che per l’acqua calda, ma per mille motivi, primo fra tutti l’assenza di una canna fumaria, ho dovuto rinunciare all’idea di staccarmi dal riscaldamento centrale.  Però l’idraulico mi ha detto che avrei potuto installare uno scaldabagno esterno, anche senza canna fumaria. La sua scelta è caduta sullo scaldabagno esterno Vailant Outsidemag

Bello e funzionale, per i primi tre anni. 

Poi, come per tutti i matrimoni, sono iniziati i primi problemi. Niente acqua calda per la doccia. Il display del pannellino di comando visualizza Errore F33, caldaia bloccata. Accendo, spengo, stacco l’alimentazione. Niente da fare, l’errore F33 non se ne va. Il manuale dice:

Errore F33

 

 

 

Fantastico, e adesso che faccio? Non senza fatica trovo un cacciavite torx adatto a  smontare la copertura e cerco il pressostato.    Il pressostato lo si individua facilmente, una volta tolta la copertura. Basta identificare, sul lato 

destro, un tubicino di plastica trasparente, diametro di circa 5mm, che va dal pressostato fino all’apertura superiore, quella da cui esce il gas di scarico. Il pressostato è un dischetto di plastica  di qualche cm di diametro, da cui parte il tubicino di plastica trasparente che va verso l’alto. Guardo il tubicino trasparente del pressostato, ma mi pare pulitissimo. Anche i contatti elettricisembrano a posto. 
Niente da fare, devo chiamare l’assistenza. Chiamo l’idraulico che me l’ha venduto, e lui alza le mani: “Ah, guardi, mi spiace ma non posso aiutarla. Quel tipo di caldaia deve essere gestito direttamente dall’assistenza Vailant”. Allora chiedo a Google, che mi dice chi fa l’assistenza Vailant a Sanremo. Arriva un signore molto cortese, smonta la copertura, smonta tutto il circuito del pressostato. Non c’è solo il tubicino trasparente, ci sono anche dei tubicini in rame, con due o tre curve. Lui li pulisce, soffia, ci fa entrare uno scovolino che segue le curve. Insomma, la caldaia torna a vivere. Pare che gli insetti amino rifugiarsi nel tubicino di rame.

Tutto bene per un paio di mesi, poi di nuovo F33. 

Stavolta so bene come fare, smonto la copertura, smonto i tubicini, soffio, pulisco, rimonto, e come d’incanto la caldaia riparte. Ok, prendo nota che ogni due o tre mesi occorre pulire i tubicini di rame dagli insetti. Certo, potevano metterci una protezione. 

Passano ancora due o tre mesi, e la caldaia si blocca di nuovo. Errore F33? Eh, no! Troppo facile! Stavolta F63. Vediamo cosa dice il manuale:

Errore F63

 

Ah ecco! Una scheda da cambiare, siamo a posto. E, chiaramente, alla fine della garanzia. Provo a cercare qualche idea su Google, ma quel che trovo mi fa cadere le braccia, leggete qui.

Sembra proprio che questa caldaia sia nata male! Cerco invano una qualche risposta di Vailant, ma tutte le lamentele restano inascoltate e l’azienda si limita a non rispondere.

Questa gente pare non capire che ormai i clienti hanno imparato a cercare su internet, prima di un acquisto o in caso di problemi. E quando capiscono di essere davanti ad un prodotto mal progettato o, peggio, alle prese con una azienda che non si fa carico dei problemi dei propri (sfortunati) clienti, sanno come evitare di farsi fregare in futuro. 

Nel frattempo chiamo nuovamente l’assistenza Vailant di Sanremo. Ormai siamo amici. Il tecnico, sempre gentilissimo, viene, fa un magheggio sul pannello di comando remoto, e la caldaia riparte.
– “C’è da sostituire la scheda di controllo, purtroppo.”
– “Ma non sarà una questione di contatti da pulire, magari a tirar fuori e a rimettere in posizione i connettori?”
– “No, guardi, ormai conosco il problema. C’è una Eprom che ogni tanto perde il codice di identificazione dell’apparecchatura. La scheda non sa più che tipo di caldaia deve gestire. Sulle nuove schede il problema non si verifica. Purtroppo ho terminato le schede in magazzino, ci sarà da aspettare un paio di giorni. La chiamo in settimana”. 

Nel frattempo andrò avanti facendo un po’ di pratiche magiche, per far funzionare la caldaia. Quando interviene l’errore 63 faccio, in ordine sparso, le seguenti manovre che ripeto fino a quando l’errore sparisce:
– Stacco la corrente della caldaia, la tengo staccata qualche minuto, poi la riattacco. 
– Spengo la caldaia dal suo pannellino remoto, la tengo spenta per qualche minuto, poi la riaccendo.
– Sempre operando dal pannellino, spengo e riaccendo la caldaia ripetutamente.
– Apro l’acqua calda, la tengo aperta qualche minuto, e poi la spengo di nuovo.
Insomma, non c’è niente di logico in tutto questo, diciamo pure che faccio delle manovre a casaccio, ma solitamente ad un certo punto la caldaia riparte. 

Ecco, questa è la situazione ad oggi 18/11/2018. Appena ci saranno sviluppi aggiornerò questo diario. Nel frattempo, se anche voi avete problemi con questo scaldabagno, lasciate un commento. Magari ne può nascere un’azione “stimolante” nei confronti del produttore. Più siamo meglio è. Descrivete nel dettaglio qual è il problema e quali sono stati i vostri contatti con l’assistenza Vailant.

Se cercate in rete, poi, trovate anche molti riferimenti all’errore F27. A me non è (ancora) capitato. E’ definito  “fiamma non corretta”. Dicono di controllare l’elettrodo di ionizzazione (quello che fa la scintilla?) o di sostituire la scheda. Eh già, come se fosse facile. Anche perché, leggendo qua e là, pare che non sia neanche facile ottenere una scheda di ricambio. 

  • edit 23/11/2018

Alla fine la scheda di ricambio è arrivata e adesso la caldaia funziona. Con una spesa di 100€ problema risolto. Staremo a vedere quanto dura.

  • Edit 6 sett 2019

Inaspettatamente questo thread è diventato “popolare” ed ho ricevuto parecchi commenti che possono essere letti più in basso. Ho scoperto che anche un altro sfortunato utente, Luciano,  ha pensato di parlare dell’argomento sul suo blog.

  • Edit 19 sett 2019

Per chi avesse problemi ad individuare il pressostato e il tubicino di rame, guardate l’immagine qui sotto. In rosso il pressostato, in verde  il tubicino di rame. Dal pressostato al tubicino di rame c’è, non disegnato, un tubicino di plastica trasparente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Edit 26 sett 2019

I commenti arrivati (qui sotto) sono numerosi, e alcuni propongono delle soluzioni veramente interessanti. Ne consiglio vivamente la lettura!

  • Edit 1 novembre 2019

Si è aggiunto Silvano all’allegra congrega. Lui ha una caldaia Turbotech Exclusive con problemi analoghi, quindi la famiglia si allarga.

  • Edit 29 marzo 2020

Trovo finalmente l’occasione di pubblicare le foto che mi ha mandato Loredana che riguardano il montaggio della nuova scheda

  • Edit 15 settembre 2020
    Ragazzi, decisamente la questione Vailant Outsidemag interessa a molte persone. Al gruppo si è aggiunto Giovanni, i cui commenti trovate qui sotto, che ci ha addirittura inviato una procedura per aggiustare e migliorare la scheda della caldaia. 

ATTENZIONE: prima di avventurarvi nella riparazione/modifica della scheda valutate molto bene le vostre capacità tecniche! E’ un lavoro da persone preparate, dovete sapere distinguere un diodo zener da una resistenza e da un condensatore, dovete saper maneggiare con destrezza un saldatore a stagno ed un tester. In assenza di questi requisiti lasciate perdere! E soprattutto non venite a lamentavi da me o da Giovanni se qualcosa va storto, quello che fate lo fate a vostro esclusivo rischio e pericolo!

Ultima nota: non ho neanche aperto il file, non so cosa c’è dentro, non ho applicato le modifiche, non sono quindi in grado di offrire alcun supporto. 

Invito chi fosse interessato a leggere attentamente i commenti che Giovanni ha lasciato nell’area commenti qui sotto (commenti dall’undici settembre 2020 in poi)

Detto questo scaricate pure da questo link il malloppo contenente foto e istruzioni per la modifica / riparazione. Il file è in formato compresso ZIP. Le ultime versioni di windows aprono automaticamente i file compressi ZIP, ma se il vostro sistema operativo dovesse fare i capricci, potete sempre scaricare ed installare (sempre a vostro rischio e pericolo) il programma di creazione e apertura di cartelle compresse da questo link

Grazie ancora e complimenti a Giovanni.

Guerra di religione o contrapposte idiozie?

Allora, è ormai ufficiale che mi piace farmi del male, e con cadenza quasi giornaliera apro le pagine virtuali del sito del quotidiano “ilGIornale”. Solitamente è una cosa che non reggo per molto. Giusto il tempo di leggere un articolo e dare un’occhiata ai commenti, e la misura è subito colma. 

Oggi la cosa è durata qualche minuto di più, la mia attenzione è stata catturata da questo articolo:

Una grande Croce distrutta a Lesbo in Grecia. Un sacrilegio compiuto col sostegno delle Ong che dicono: “offende i migranti”. Silenzio del Papa.

Click qui per leggere l'articolo

Certo che detta così pare inquietante, perché mai qualcuno dovrebbe abbattere una croce? Senza se e senza ma, una cosa del genere è una cosa indecente, cretina. Partiamo da qui. 

E poi facciamo un passo in più. La croce non è li da sempre. E’ stata eretta a settembre. Ho fatto una ricerca in rete, in inglese, tanto per uscire dalle pastoie della politicuzza localle e delle sue strumentalizzazioni. E non son riuscito a capire chi avesse eretto questa croce, e con quali propositi. Ho solo letto che la croce era stata eretta ad Apellia, nei pressi del castello di Mytilene, in onore dei tanti morti in mare. Già questa cosa mi pare strana. Nel senso che sembra fatta apposta per contrapporre un simbolo religioso cristiano (“IL SIMBOLO”) ai tanti migranti solitamente non cristiani che arrivano nuotando sulle coste di Lesbo, quando non muoiono nel tentativo di farlo. Ora, se proprio uno vuole erigere un monumento per celebrare i morti in mare, visto che la maggioranza di questi sono musulmani, dovrebbe magari evitare di usare un simbolo religioso. Magari, che so, una cosa come quella che c’è a Piazza Verga a Catania 

 

Questa si che ricorda il mare, la barca, le onde, il naufragio, la lotta contro la morte. Se fossero stati sinceri, avrebbero fatto qualcosa del genere. E invece no, la croce. C’è o non c’è un intento conflittuale? E’ o non è un messaggio di contrapposizione, un dire “attento migrante che arrivi, questa è un paese cristiano, questa è la Croce che rappresenta la nostra religione”. E di questi tempi, è praticamente una dichiarazione di guerra. O quanto meno un messaggio di contrapposizione, non certo di unione. 

Ma teniamoci forte, i quattro passi nella follia non sono terminati. 

Pare, e dico “pare” perché di fonti sicure non ne ho trovate, pare dunque che le organizzazioni locali di aiuto ai migranti (le diaboliche ONG finanziate ovviamente da Soros, il diavolo in persona!) abbiano protestato per questa improvvida iniziativa. Fin qui ci può anche stare. Ma pare che la motivazione fosse: ” the coexistence group claimed that the cross was placed there to prevent migrants from swimming”. Insomma le associazioni sostengono che la croce è stata messa li per impedire ai migranti di nuotare. E questa mi pare delirante. Già mi suona incomprensibile il fatto che i migranti possano dirsi infastiditi dai simboli religiosi cristiani. E’ una cosa (pur vera) che non riesco a digerire. Ma che un migrante sul punto di morire possa fare dietro front, e magari andare a morire in mare aperto pur di non approdare su un’isola dominata dalla croce, mi pare davvero l’apoteosi dell’idiozia. Se qualcuno, delle associazioni di aiuto ai migranti, ha davvero detto e scritto una cosa del genre, è la prova provata che anche dove ci sono le migliori intenzioni imperversa furiosa la tempesta dell’idiozia. 

Idiota e provocatoria l’idea di erigere la croce, idiota quella di pensare che la croce possa impedire ai migranti di nuotare verso la salvezza.

E infine, ultimo passo nel delirio, qualcuno ha pensato bene di abbattere la croce a mazzate. Fantastico. Così il cerchio dell’idiozia è completo.  Che senso ha abbattere un simbolo religioso, pur se eretto con le peggiori intenzioni? Si protesta contro le guerre di religione, contro le crociate portate avanti da sovranisti deliranti, e per farlo si abbatte un simbolo religioso?

Ho proprio la sensazione che la follia, anzi, l’idiozia stia dilangando a macchia d’olio.

 

 

So tutto io

Mi è venuto in mente di scrivere questo post leggendo un articolo sulla sperimentazione dei camion elettrici che sta partendo sulla BreBeMi.

Non è tanto la cosa in se, che può interessare o meno, quanto il tenore dei commenti. La maggior parte sono livorosi e saccenti. Cito:

  • spero sia uno scherzo
  • Brebemi… non sanno più che inventarsi… 
  • Serio? Questa porcheria è innovazione? Alla faccia della mitigazione e compensazione ambientale… Da bloccare subito questo scempio.

e così via. Questa modalità è ormai diffusissima. Io la chiamerei “modalità bar sport”, dove ognuno si sente più intelligente e preparato del CT della nazionale o dell’allenatore di una qualsiasi squadra di serie A. E lo stesso per quanto riguarda la politica. Tutti allenatori, tutti potenzialmente uomini politici dalle grandi vedute. E però inascoltati (come tutti i grandi geni),  e però ridotti a spararle grosse al bar sport, meglio se dopo qualche bicchiere.  O sul blog preferito, meglio se anonimi. Questa gente sa tutto, ha già visto tutto, ha già studiato tutto. Non sbaglia mai ed è circondata da deficenti incapaci. Prova a dire la tua sul camion elettrico. Arriva subito lui e dice che è una cazzata. Lo stesso se si parla di auto elettrica, di riscaldamento globale o di qualsiasi altro argomento. Il So Tutto Io ha la risposta per tutto, e quel che dicono gli altri non vale niente.  Il STI non ha dubbi, ha solo certezze rocciose. A volte le cambia, ma sempre certezze rocciose sono. Ad esempio: una volta, negli anni 90/2000 era rocciosamente filoatlantico e a favore delle guerre, tutte, purché iniziate dagli USA. E chi era contro la guerra era un disfattista da mettere al muro. Adesso, con la stessa rocciosa sicurezza, è contro gli USA, a favore di Putin, e le guerre di una volta erano frutto del complotto massonico-giudaico delle élites.  Il STI non ha dubbi oggi come non li aveva allora. Girato di 180°, ma sempre roccioso. 

Il dubbio non lo sfiora. Il fatto che gli altri stiano sperimentando (ad esempio)  qualcosa di elettrico, con fatica, con dispendio di denaro e di speranze, per lui che sa già tutto è una perdita di tempo. O, peggio ancora, un complotto dei cinesi (o degli alieni) per mandare in crisi l’industria. 

Un minimo di buon senso, oltre che di rispetto per le idee altrui, consiglierebbe prudenza. Uno potrebbe dire “Questa cosa non mi convince proprio. Ma magari c’è qualcosa che io non so. Può anche essere che chi studia (per restare sull’esempio di apertura) l’applicazione del camion elettrico non sia un cretino completo. Forse hanno visto soluzioni che a me sfuggono”. Ma una simile insicurezza non si adatta al So Tutto Io, che essendo tutto d’un pezzo, non ammette esitazioni. 

Questo ipotetico (ma neanche tanto) personaggio spazia su quasi tutti i territori dello scibile umano. Difficile che ci sia qualcosa che non sa, su cui non nutra sicurezze rocciose. E allora lo trovi ovunque, che si parli di politica, di tecnologia, di ecologia o di morale. Chiedi a lui, saprà guidarti. Soprattutto al terzo bicchiere.

 

Sperando di sbagliare

ATTENZIONE: questo post non è completo. Torna più tardi o leggi pure, sapendo di leggere una cosa incompleta. 

Legato a vecchi principi di risparmio e di prudenza, guardo perplesso l’arrivo dei barbari e cerco di capire se porteranno, come dicono, novità e progresso o se invece non faranno che peggiorare le cose e rendere ancor più traballante il mio futuro di (spero) pensionato. Per questo giro con sguardo inquieto fra le ultime notizie e le pagine web che promettono di spiegare parole e sigle misteriose: DEF, PIL, Nota di aggiornamento e molte altre. 

Il risultato è sconsolante, fatico davvero ad orizzontarmi. E allora, come mia abitudine, provo a calare la teoria nella pratica. Provo a parlar per parabole, per esempi, come faceva un paio di millenni fa uno che, come me, si chiamava Salvatore ed era figlio di Maria. 

Diciamo che ho un’azienda. Niente di eccezionale, tiriamo su 100mila € l’anno. Purtroppo fra una cosa e l’altra ne spendiamo 110mila. Abbiamo un deficit di 10mila€ l’anno.  Il che ci porta ad aumentare il nostro debito di 10mila€  quest’anno. Niente di grave, in sè. Se non fosse che il debito è già arrivato a 130mila€. Il direttore della banca, che è un amico, mi dice “Salvo, bisogna fare qualcosa, devi rientrare poco per volta sennò son guai. Dall’anno prossimo dovrò comunque aumentarti il tasso di interesse altrimenti i miei capi mi tirano il collo. Un debito come il tuo sta diventando pericoloso, potresti non riuscire a rientrare. ”

Già oggi pago il 3%, il che vuol dire che quest’anno ho pagato 3’900€ sul debito di 130mila€. E l’anno prossimo? Se le cose non cambiano il deficit sarà sempre di 10mila€, portando il debito a 140mila€, gli interessi a 4’200€ che andranno anche loro a gravare sul debito per altri 300€ (la differenza fra i 4’200€ di interessi di quest’anno e i 3’900€ dell’anno scorso). Quindi il debito sarà in realtà di 140’300€.  In effetti mi sto arrotolando in una crisi progressiva, dalla quale rischio di non saltar fuori.

Qui le alternative sono solo due: o aumento le entrate, o diminuisco le uscite. Le spese le ho già ridotte all’osso, ho ottimizzato tutto l’ottimizzabile, per ridurre le uscite dovrei licenziare qualcuno. Ma i miei dipendenti mi servono tutti, tutti, per realizzare il fatturato. Quel che mi servirebbe è l’acquisto di nuovi macchinari che mi darebbero la possibilità di espandere il mercato. Ma il mio amico direttore di banca mi ha già detto che di ottenere un altro prestito non se ne parla. 

Devo trovare una banca o un privato che mi presti i soldi per rinnovare le macchine e aumentare le entrate. Lo scopo è quello di aumentare le entrate più di quanto aumenterà il debito, in modo da poter invertire la tendenza ed innescare una diminuizione progressiva del debito, fino ad andare in pareggio, o meglio in attivo.

Vado dal direttore della Banca Transilvania, “Saremo felici di prestarle i soldi che le servono, ma dobbiamo capire quali sono le nostre speranze di recuperare i soldi che le prestiamo. Lei ha fatto un progetto dettagliato di come intende utilizzare i soldi che le presteremo?” “Beh, si, speravo di aumentare la produzione rinnovando il parco macchine” “Non vedo però un piano industriale dettagliato, e un piano di rientro dal debito, non lo ha preparato?” “Beh, no, cioè, si, se produco di più aumentano le entrate e quindi rientro dal debito” “Ma caro signore, occorrono numeri, piani, progetti! Di quanto pensa di aumentare la produzione? Di quanto pensa di aumentare gli utili? Riuscirà l’aumento degli utili a compensare l’aumento degli interessi da pagare? Questi sono i numeri che vogliamo vedere, altrimenti come possiamo sperare di recuperare i nostri soldi? Senza un piano dettagliato pochi saranno disposti a darle ulteriore credito, e solo a fronte di interessi ben più pesanti di quelli di mercato”.

Ecco, grosso modo è questo quel che succede. Lo stato italiano (NOI) ha bisogno di soldi per fare qualsiasi cosa, sia per pagare la spesa corrente, sia soprattutto per fare investimenti. Se si vuole fare il terzo valico fra il nord Italia e Genova, occorrono investimenti. Se si vogliono migliorare le infrastrutture, occorrono investimenti.  E siccome siamo sempre in deficit (spendiamo più di quanto guadagnamo con le tasse), il nostro debito aumenta e questo rende inquieti i nostri creditori, siano essi italiani o stranieri. 

DiceLo spread è una bufala, una manovra dei poteri forti per bloccare la rinascita italiana“. Vediamo di ragionare su questo mantra che ci accompagna fin dalla caduta del goveno Berlusconi, nel 2011. Si diceva “i titoli di stato italiano sono in mano alle grandi banche e finanziarie internazionali che comprano e vendono a loro piacimento, determinandone artificiosamente il prezzo e quindi lo spread. Lo spread non esiste, non ci interessa”. Lo dicevano nel 2011, parlando del grande complotto. Lo dicono anche adesso, anche se ormai solo il 30% del debito italiano è in mani estere. L’Italia ha riacquistato quasi completamente il debito estero, e adesso sono per lo più le banche italiane a detenere i titoli di stato.

DiceSi ma anche le banche italiane sono schiave dei grandi circuiti finanziari, delle élites massonico-giudaiche“. Può anche darsi, chi lo sa. Ma resta il fatto che quando hai bisogno di soldi, ti presenti con il cappello in mano, e non puoi essere tu a stabilire qual è il tasso giusto, e quale prestatore preferisci. Il coltello ce l’hanno in mano loro. Il capitalismo non è  mai stato la San Vincenzo e neanche la Croce Rossa. Il grande capitalismo ha una sola regola: fare utile. Quindi se non ci piacciono le regole del grande gioco economico mondiale, delle due l’una: o abbiamo la forza per cambiare le regole del gioco, o ce ne tiriamo fuori e giochiamo entro i nostri confini con le regole che piacciono a noi. Mussolini fece qualcosa del genere, dopo le sanzioni economiche del 1935, con l’autarchia. Questo comporterebbe ovviamente l’uscita definitiva dall’euro ed il ritorno alla lira o ad altra valuta autarchica, si inventeranno un qualche nuovo nome evocativo. Una cosa è quasi certa: la nuova valuta sarebbe inizialmente molto svalutata rispetto all’euro, e di conseguenza tutti i risparmiatori italiani, banche e privati, si ritroveranno in mano carta straccia. Con buona pace di chi sperava di essersi garantito un buon paracadute per la vecchiaia. I titoli di stato non crollano mai! O no? La forza di cabiare le regole, ovviamente, non ce l’abbiamo. Proprio il fatto che la grande maggioranza del debito è ormai in mani italiani ci rende più deboli. Non possiamo neanche ricattare i nostri creditori, essendo questi in gran parte italiani. E, in più, i mercati esteri stanno facendo di tutto per liberarsi dei nostri titoli di stato, sempre più simili a spazzatura. E questo ci renderà sempre più deboli. Quindi le uniche strade plausibili sono due: giocare secondo le regole, magari facendo di tutto per convincere i nostri partner, o fare il salto nel buio.

Dice: “Si, certo, ci potrebbe essere un primo momento di sbandamento, ma poi la svalutazione Lira su Euro favorirà le esportazioni e farà riprendere l’economia“. Può darsi. Una cosa è certa, se usciamo dall’euro perdiamo ogni possiblità di dire la nostra sulle regole. A questo punto, visto che comunque dovremo commerciare con i paesi dell’area Euro, dovremo subire le loro regole, se vorremo vendere. Non potremo più difendere i nostri prodotti agricoli, meccanici, niente. Le regole europee dovremo comunque subirle, ma senza voce in capitolo. Non mi pare un gran bel miglioramento. Potremmo sempre vendere su mercati non europei, ma teniamo presente che la maggior parte (40%) delle nostre esportazioni è di beni di investimento, soprattutto meccanica strumentale. Il che ci mette in rotta di collisione con la Germania, che è il primo produttore europeo. Nel momento in cui dovessimo uscire dall’Euro, niente impedirebbe alla Germania di farci la guerra dei prezzi, e per quanto bravi, rischiamo di dissanguarci a far guerra alla Germania. Stesso ragionamento per gli altri settori di esportazione. Quindi puntare sulle esportazioni grazie alla lira debole potrebbe non essere facile come vogliono farci credere. 
Ma lo scopo di queste righe non è tanto l’analisi degli scenari di uscita dall’Euro quanto quell di fare una riflessione sulla pretesa dei nostri nuovi governanti di ignorare le questioni legate allo Spread e ai mercati internazionali. Il Ministro dell’Interno che dice “Lo spread ce lo mangiamo a colazione” fa un’affermazione che se può avere un senso sul lungo periodo, sul breve risulta essere quanto meno azzardata.  Visto che lo spread non è altro che un indice del rendimento dei nostri titoli di stato a 10 anni confrontato con gli analoghi titoli tedeschi, se lo spred sale, sale anche l’interesse che noi stato dovremo pagare ai nostri creditori per rinnovare i titoli a scadenza. 

Il bla bla bla su Mattarella e sul governo Lega-M5S

Il primo bla bla bla lo vorrei fare su Mattarella. Salvini, Di Maio, tutta la destra e “il popolo della rete” sparano idee in ordine sparso:

  • Mattarella ignora la volontà popolare e ostacola la nascita del “governo del cambiamento”
  • Mattarella tradisce il popolo italiano rifiutando la nomina di Savona come ministro.
  • Mattarella tradisce gli interessi italiani accettando i diktat Franco-Tedeschi, delle banche, della finanza, dei “poteri forti”.

Vediamo questi punti uno per volta, partendo dalla “volontà popolare” e dal “governo del cambiamento”, ma facendo un piccolissimo esercizio di memoria: la “volontà popolare” non ha votato alcun “governo del cambiamento”. Infatti chi ha votato M5S lo ha fatto dopo una campagna elettorale tutta incentrata sulla lotta contro il ” vero nemico” identificato nella destra e nel suo capofila Salvini. I M5S dicevano infatto che il PD non aveva speranze, tutti i sondaggi lo davano per morto, e che il vero avversario del movimento era la destra.  Stessa cosa, a parti inverse, nel campo della destra. Salvini e Berlusconi ne hanno dette di cotte e di crude sui M5S, e viceversa. Quindi NESSUN elettore di destra o M5S ha mai votato per un governo Lega-M5S. Nessuno. Il governo giallo-verde sarebbe, questo si, una evidente violazione del voto degli elettori. 

Passiamo al buon Mattarella che, dicono,  tradisce la volontà del popolo italiano rifiutando di nominare Savona alla carica di ministro dell’Economia. Ancora una volta val la pena di notare che Savona non era stato votato dagli elettori leghisti o M5S come cardine di un eventuale (ma non previsto) governo Lega-M5S. Quindi non esiste alcuna “volontà popolare degli elettori” riguardo alla nomina del prof.Savona alla carica di Ministro dell’Economia. 

E poi c’è la Costituzione Italiana che recita:

«Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri».

Insommma, i ministri li PROPONE il PdC e li NOMINA il PdR. Quello del Presidente della Repubblica NON E’ un ruolo puramente notarile, ossia il PdR NON E’ OBBLIGATO a nominare i ministri che vengono proposti dal PdC. La Costituzione specifica che quella del PdC è una proposta. E come ogni porposta può essere o meno accettata  dal PdR, che ha non solo il diritto, ma il dovere di verificare se questa proposta è più o meno utile alla nazione. E nessuno può sindacare queste sue scelte. Non esiste nella nostra Costituzione il concetto di poter mettere in stato d’accusa un PdR per atti relativi alla sua carica. In beve, l’idea di mettere sotto accusa Mattarella per aver rifiutato la nomina di Savona è una idiozia totale. Può piacere o meno, ma le regole sono queste. Se non piacciono, e se si ha la forza di farlo, si cambino le regole. Ma finchè le regole sono queste, si gioca secondo le regole. 

Chi volesse approfondire non ha che da cercare su Google “Costituzione nomina ministri”. Ad esempio, un articolo interessante è quello pubblicato da ilPost il 27 maggio 2018

E veniamo infine alla insopportabile sequenza che riguarda la Germania, la Francia, le Banche, la Finanza, e soprattutto i famosissimi “poteri forti”.

Da quando è caduto il muro viviamo tutti (a parte Cina e Nord Corea) in paesi a regime capitalista.  Chi comanda è il capitale, sono le oligarchie, sono i soldi. E dove vengono custoditi i soldi? Nelle banche, nei fondi di investimento. Certo, nominalmente i regimi capitalisti si dicono “democratici”. Ma “il capitale” ha sempre molti modi per proporre con forza, al limite dell’imposizione, le proprie esigenze. Negli USA, ad esempio, la classe politica, soprattutto quella che raggiunge posizioni di vertice, viene da famiglie di antica e tradizionale ricchezza. D’altra parte i prezzi di una campagna elettorale sono tali da tagliar le gambe a qualsiasi outsider.

Certo, oggi internet ha cambiato le regole del gioco, e un outsider può sperare di raggiungere risultati insperati usando la rete. Ma anche questo non è del tutto vero, non più. Anche per ottenere successo sulla rete oggi servono soldi, e tanti, per pagare aziende specializzate nella creazione campagne di opinione online, nell’inserimento di commenti fasulli, nella creazione di notizie farlocche (fake news). 

E quando il politico viene eletto, deve fare i conti con il vero potere, quello dei soldi. Difficile ottenere un qualsiasi risultato senza l’aiuto del vero potere, quello che manovra l’informazione, le banche, le industrie, i soldi. 

Non è possibile governare CONTRO il potere. Quelli che parlano della “volontà popolare” o non sanno cosa dicono, o sono in malafede. LA volontà popolare vince solo se il potere decide di lasciarla vincere. Può vincere per questioni di contorno, divorzio si/no, aborto si/no. Ma per governare, per fare le infrastrutture, per far funzionare scuole e ospedali e tribunali e tutto il resto servono SOLDI. E quando non bastano, ossia sempre, gli stati chiedono soldi in prestito, emettendo buoni del tesoro e varie obbligazioni. Queste obbligazioni le comprano soprattutto le banche. E’ OVVIO che chi ti presta i soldi, e tanti, voglia avere voce in capitolo sulle scelte. Oppure non ti presta i soldi, semplice. E non puoi dire (come hanno fatto quelli del M5S) adesso non ripaghiamo più i debiti. Perché a quel punto non trovi più nessuno disposto a prestarti i soldi. Tu presteresti i soldi ad un tuo collega che va in giro a dire che non vuole ripagare i debiti?

Tutti gli stati fanno debiti. Non esiste uno stato in grado di “autofinanziarsi”. Tutti gli stati emettono obbligazioni, che vanno per lo più in mano alle banche e ai fondi di investimento. Le banche con i nostri soldi prestano soldi allo stato (a tutti gli stati “democratici”) e incassano gli interessi. Geniale. 

Per questo quelli che si lamentano dello strapotere delle banche e della finanza sulle decisioni dei politici mi sembrano scemi o in malafede. Per com’è strutturata la vita pubblica occidentale non capisco quale sia l’alternativa. 

C’è un’altra favola che viene mandata in giro in questo periodo, ossia quella degli stranieri che vogliono comprarsi l’Italia. E’ ancora una volta una questione di potere. Chi ha i soldi compera, chi non li ha deve rassegnarsi a vendere. Noi Italiani in questo periodo siamo indebitati fino al collo, e non abbiamo neanche gli occhi per piangere. E non per colpa dei cattivi stranieri. Siamo noi che abbiamo scarsissima cultura politica e industriale. Abbiamo uomini politici e dirigenti industriali impreparati, ignoranti. Le nostre aziende sono per lo più a scarsissimo livello tecnologico, e i manager sono per lo più non all’altezza. I pochi competitivi finiscono per emigrare o per spostare le aziende all’estero.  Per decenni la scuola non è stata adeguatamente finanziata e potenziata, e la classe insegnante non è stata adeguatamente selezionata. In queste condizioni la classe politica non può essere meglio dei cittadini, e siamo a livelli mediamente più bassi dei nostri colleghi europei. 

Il processo di uscita da queste condizioni è lungo, e non sono per niente certo che possa cominicare con un governo giallo-verde. 

Questione di inclinazione

Sarà capitato per caso che in questo articolo de ilGiornale la foto è stata inclinata di lato? 

La foto originale era  presumibilmente questa, dritta. O comunque una presa nella stessa circostanza .

 

 

 

 

Ma, per caso o per malizia, è diventata questa, con una rotazione a destra di circa 30°.

(l’inclinazione di tende e muri testimonia quale fosse l’orientamento originale).

Quale che sia il motivo di questa elaborazione, difficile non ricordare una posa analoga. 

Il sig.Benito era solito assumere questa posa, con la volitiva mascella protesa in alto e in avanti.

E forse il solerte redattore ha voluto dare maggior impatto all’immagine del capo. Speriamo che il suo sforzo venga apprezzato e adeguatamente ricompensato.

 

 

 

Guyana

Son qui da tre giorni, e un’idea di massima me la sono fatta: ho scelto la

La Guyana Francese
La Guyana Francese

stagione sbagliata. Pioggia, pioggia e ancora pioggia. E quando non piove, il cielo è comunque coperto. Tanto che non riesco minimamente ad orientarmi con il sole.

 

Di solito scende una pioggia leggera, fine, di quelle che pensi che non ti serva neanche l’ombrello, ma poi ti ritrovi fradicio. Poi, ogni tanto, uno scroscio di qualche minuto che sembra che debba scendere il diluvio universale. E di notte mi sveglia il rumore della pioggia sul tetto.

La temperatura oscilla fra i 23 e i 30°C. Ma l’umidità è sempre a livelli massimi, e i condizionatori sono ovunque.

La Guyana francese vive di ESA (European Space Agency), o meglio di Centre Spatial Guyanese (CSG). Il grosso dell’economia sembra girare attorno ai missili. A Kourou, dove sono in questo momento, lo spazio lo vedi anche per strada, nei cartelloni pubblicitari, sui muri, nelle gare di maratona.

Si consideri infatti che fino al 1960 la popolazione di qui era stabile, o in calo, intorno alle 1000 persone. Poi, da quando è arrivato il CSG, c’è stata un’impennata verticale che ha portato il numero di abitanti da 1000 a 25000

Centre Spatial Guyanèse
Centre Spatial Guyanèse

Qui vengono preparati e lanciati i missili Arianne (francese), Vega (Italiano) e Sojuz (Russo). Il posto è ideale, il migliore, perché al riparo dalle grandi tempeste, vicino all’Equatore (maggior velocità tangenziale), vicino al mare (quindi se il missile cade è probabile che vada in mare), praticamente disabitato e con molto spazio a disposizione.

Il centro spaziale è infatti un territorio

Mappa del CSG
Mappa del CSG (click per allargare)

enorme, con piccoli gruppi di costruzioni isolate, in modo che un eventuale incidente in un sito (i missili hanno il brutto vizio di esplodere) non danneggi edifici e attrezzature degli altri siti. Il risultato è che per andare da qui a li, o da “casa” al CSG si fanno le decine, a volte le centinaia di km al giorno.

Quanto agli abitanti,  ci sono i “locali” e i “missionari”. I locali sono per lo più neri. Alcuni sono molto, molto neri e belli. Altri sono così così, di provenienza brasiliana. Meno belli dei neri-neri che non so di che origine siano. Sembrano senegalesi.

I “missionari” invece sono per la quasi totalità bianchi, per lo più di origine francese o italiana. La missione dura un massimo di tre anni, rinnovabili per altri tre. Poi, comunque sia, si torna a casa. I pochi bianchi locali son coloro che hanno deciso di stabilirsi qui e aprire una attività loro. Qualche negozio, qualche ristorante, o qualche azienda di servizi tecnici e commerciali per il CSG. Ce n’è parecchi che una volta arrivati qui non se ne vogliono più andare via. Una specie di mal d’Africa, anche se siamo in sud  America. Come sempre, “chechez la femme”! Ci si innamora di qualche bellezza locale e non si torna più a casa.

La vita in Guyana Francese è strana, perché per certi versi sembra d’essere in Francia. La lingua, la moneta, i negozi, le leggi, è tutto francese. Per me, che non sono in grado di cogliere le sfumature dialettali, il francese di qui  sembra semplicemente francese, non colgo la differenza. Però siamo in sud America. E allora succedono cose strane. Le leggi in Guyana sono le stesse della Francia, ma le condizioni economiche e produttive sono molto diverse, allineate alla realtà dell’America latina. Questo comporta il fatto che qui non si possono produrre e vendere beni che non rispondano alle normative francesi e europee. Il risultato è che praticamente tutto viene importato dalla Francia o dall’Europa, quel che loro chiamano “le Metropòle”. Generi alimentari, vestiario, elettrodomestici, vestiti, persino la benzina, arrivano tutti dal Metropòle. I costi di trasporto sono notevoli, e il risultato è che qui il costo della vita è addirittura superiore a quello francese. Persino i rifiuti vengono rispediti “au Metropòle”, perché qui non ci sono aziende in grado di trattarli secondo le norme europee. Per rimediare in parte a questa situazione la Francia deve contribuire con delle sovvenzioni particolari o con delle detassazioni, altrimenti sarebbe difficile vivere e lavorare.

Ogni tanto la situazione si fa calda, e i locali organizzano degli scioperi abbastanza duri, come nella tradizione francese. Bloccano le strade d’accesso al CSG, all’aeroporto e alla città, per costringere le autorità centrali a rivedere le regole di contribuzione e defiscalizzazione. Recentemente c’è stato uno sciopero abbastanza lungo, e alla fine i locali hanno ottenuto una parte delle rivendicazioni.  Ma la situazione si era fatta complicata, nessuno arrivava, nessuno partiva, nessuno andava a lavorare al CSG, e persino i supermercati e i benzinai iniziavano ad andare in difficoltà.

Per il resto non si segnalano turbolenze di sorta. Bisogna dire che qui non c’è un movimento autonomista significativo. Pare ci sia stato un referendum, qualche tempo fa, che ha visto i locali votare per restar francesi. Ed è comprensibile, lo stato sociale francese è certamente meglio di quel che offrono gli stati vicini. Diventare indipendenti sarebbe un suicidio economico.

Un altro aspetto di questa situazione è che c’è gente che fa di tutto per entrare in Guyana Francese dai paesi vicini, soprattutto dal Brasile, per poter approfittare dello stato sociale francese. Qui vale la legge del diritto di nascita, e i bambini nati qui sono francesi a tutti gli effetti, e hanno diritto a istruzione, sanità e tutto il resto, esattamente come i francesi di Francia.

D’altra parte ho la sensazione che lo stato sociale qui si prenda cura di tutti, in modo molto efficace. La sensazione mi viene dal fatto che ho visto molti edifici, piuttosto ben fatti, che sembrano abitati per lo più da neri poveri. Sembrano, insomma, case popolari.

 

La città più vicina al CSG si chiama Kourou, 25’000 abitanti, una cittadina fatta di grandi spazi verdi, molte case ad un piano solo con il giardino intorno, pochi edifici più grandi. La definirei una città diluita, omeopatica. Negozi, ristoranti, banche come in Francia. Ma grandi prati, pezzi di foresta, casette basse e bianche, vicoli stretti,  e tetti di latta che ricordano un po’ le periferie del sud America. Non esiste un vero centro storico, per come l’intendiamo noi europei, con gli edifici di una volta e le stradine e i ristorantini e tutto il resto. C’è la città, tutta più o meno uguale. Ho come la sensazione che sia cresciuta di recente, dagli anni 60 in poi.

Il clima nei giorni della mia permanenza è quello della “piccola stagione delle piogge”, alla fine di Febbraio. Poi verrà qualche giorno di bel tempo, e poi ci si aspetta la “grande stagione delle piogge”. Siamo all’equatore, quindi giorni tutti uguali come durata. Quel che cambia è solo la presenza o meno della pioggia e del sole.  Per il resto la temperatura non scende mai sotto i 18°C e non sale mai sopra i 35°C (click qui sotto per le statistiche)

Statistiche Meteo Kourou
Statistiche Meteo Kourou

Una cosa caratteristica di questi posti, e in genere di tutte le colonie francesi, è la presenza della Legione Straniera.

Quartier Forget
Caserma della Legione Straniera
Legione Straniera
Addestramento dei Legionari

Storicamente alla legione poteva accedere chiunque cercasse un lavoro ben pagato e massacrante, con una disciplina ferrea. La selezione non era schizzinosa riguardo ai precedenti penali, il che faceva si che gente nei guai con la giustizia, per evitare di andare in galera finiva per arruolarsi nella Legion. Non so se oggi la storia sia la stessa, mi dicono che la maggioranza dei legionari qui a Kouru sono di origine serba o comunque dell’est Europa. Il che si spiega con uno stipendio di buon livello e nessuna competenza specifica richiesta. Occorre solamente essere pronti ad accettare una disciplina molto rigida. Una cosa strana, rispetto a quel che ci si potrebbe aspettare, è il comportamento dei legionari in libera uscita. Come da copione vanno in giro a bere e ad ubriacarsi, ma il loro comportamento resta assolutamente corretto. Niente risse, niente disturbi, niente molestie. Mi dicono che al primo sgarro sei fuori, o quanto meno che le risse e i comportamenti molesti non siano accettati e vengano pesantemente puniti.

I legionari li vedi, in gruppo, fare footing sui viali alberati, per lo più biondi, muscolosi, e con i pantaloncini bianchi.

La fauna è prevedibilmente un po’ diversa dalla nostra. Ho visto strani uccelli, grossi e con il piumaggio scuro, in grandi colonie. Non li caccia nessuno perché la carne pare non sia granché.

E ho visto strani animali, i Capybara, anche questi in gruppi tranquilli.

Capybara
Capybara

Sono grossi roditori con il manto scuro. Li vedi in branco, anche sul bordo della strada. Brucano tranquilli, senza paura.

E soprattutto ho sentito i GRILLI, che hanno una voce potente, sembra quasi il canto di un uccello o uno di quegli allarmi di casa con la sirena elettronica.

Per quanto riguarda gli insetti, io ho fatto conoscenza solo con qualche rara mosca e…. LE FORMICHE!

Una cosa che impari subito, qui, è a non lasciare niente in giro. Lo zucchero va tenuto in frigo o in vasetti sigillati. I piatti e le tazze, se non hai la lavastoviglie, li devi lavare SUBITO dopo pranzo o cena, non importa quanto stanco tu sia. Altrimenti ti ritrovi un gigalione di minuscole formiche, rapidissime, che godono dei tuoi avanzi! Stessa cosa per la tovaglia e per eventuali briciole per terra. Dopo un po’ stare attenti diventa un riflesso condizionato. Mi hanno detto che gli scarafaggi hanno bisogno di una portaerei per atterrare e decollare, ma ancora non ho avuto il (dis)piacere di vederli per casa.

Poi c’è una cosa strana, che si verificava soprattutto anni fa. Ci sono le farfalle cenerine che quando volano rilasciano una polverina molto urticante, che può causare forti allegie. Tanto che quando c’è l’invasione di queste farfalle si decide di spegnere le luci della città, lasciando accese solo delle luci rosse alle quale le farfalle non sono sensibili. E si puntano grossi fari sull’acqua  del lago, in modo che le farfalle vadano ad annegarsi in massa attirate dalla luce. La situazione è comunque migliorata da quando i legionari hanno tagliato la maggior parte delle mangrovie di cui si cibano le farfalle. Ma pare che queste abbiano iniziato a cambiare “ristorante”, iniziado a cibarsi di altre piante all’interno. La natura è sempre più forte di noi…

Chi viene qui deve fare la vaccinazione contro la febbre gialla, almeno 10 giorni prima di partire. Questo è il tempo necessario per essere immuni. Io non lo sapevo, e ho dovuto fare la vaccinazione all’aeroporto di Parigi.  Ma per la questione dei 10 giorni non mi volevano lasciar partire lo stesso. Insistendo all’italiana son riuscito a partire, ma mi hanno raccomandato di proteggermi per i primi 10 giorni con la lozione anti-zanzare. A dire il vero non è la stagione peggiore per questi fastidiosi animaletti, ma è meglio evitar di trovare la zanzara tigre fuori stagione e particolarmente motivata a diffondere la malattia.

Una cosa onnipresente in Guyana è la muffa. Tutte le costruzioni, dopo pochissimo tempo, portano tracce evidenti di umidità. 

Il mare mi han detto che è meglio evitarlo. E’ sporchissimo, a causa dei fiumi che arrivano dall’Amazzonia. Siccome piove molto, i fiumi sono fangosi e trasportano il fango a mare, il che rende l’acqua torbida e la costa fangosa. La foto qui sotto, presa dal satellite, fa vedere la fanghiglia che si raccoglie vicino alla costa da Sinnamary (a nord) a Cayenne (a sud).

Vista dal satellite
Vista dal satellite

Se si vuole fare il bagno conviene andare a l’Ile du Diable,  di fronte a Kourou, dove c’era la colonia penale di Papillon. C’è un traghetto che parte la mattina e torna la sera, con visita al museo e alla prigione.

Infatti da quel che mi dicono i locali non hanno l’abitudine di andare al mare a fare il bagno, benché la temperatura lo permetta tutto l’anno. Al massimo portano i bambini in spiaggia a giocare con la sabbia. Ma difficilmente entrano in acqua. Ecco qui sotto qualche immagine del mare nella zona chiama “Plages des Roches”.

Il Centro Spaziale Guyanese

Parlando del mio viaggio a Kourou mi sono accorto che molta gente ignora del tutto quale sia l’attività spaziale europea. Tutti (quasi tutti) sanno cos’è la NASA, cos’è lo Space Shuttle, ma pochi sanno che l’Europa ha effettuato nel 2016 sei lanci spaziali, ossia l’undici percento dei lanci spaziali mondiali

Il numero maggiore di lanci è effettuato dagli USA e dalla Cina, seguiti dalla Russia e poi dall’Europa, dall’India ecc ecc.

Il CSG nasce francese nel 1964, per decisione del gen. Charles De Gaulle. Il primo lancio di un missile Veronique avviene quattro anni dopo, nel 1968. Quando nel 1973 viene creata l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), la Francia propone l’utilizzo del CSG per le attività comunitarie. In questo modo l’ESA finanzia i due terzi del costo di gestione del CSG.

Arianne 6
Arianne 6

Vede così la luce la famiglia dei vettori Arianne, arrivata oggi al quinto membro Arianne 5, con il sesto membro Arianne 6 il cui primo lancio è previsto per il 2020. 

I missili Arianne  vengono usati per la messa in orbita di satelliti commerciali, militari o scientifici.  L’Arianne 5, con un peso al lancio di 750 tonnellate, può mettere in orbita bassa un carico di 18 tonnellate o di 7 tonnellate in orbita GTO (Orbita di Trasferimento Geostazionario)

 

 

Lanciatore VEGA
Lanciatore VEGA

 

Ma dal CSG di Kourou non vengono lanciati solo missili Arianne. Nel 2010 è infatti avvenuto il primo lancio del “piccolo” missile VEGA, 137 tonnellate al lancio, con un carico utile in orbita bassa di 2,5 tonnellate. Il VEGA è un progetto in gran parte (65%) italiano. 

Video interessanti sul VEGA:

 

 

 

Missile Soyuz
Missile Soyuz

E infine, dal 2011, dal CSG vengono lanciati anche i missili Soyuz,  300 tonnellate alla partenza, 3.5 tonnellate di carico utile in orbita GTO. E’ infatti stato fatto, nel 2002, un accordo fra ESA e l’agenzia spaziale russa per la costruzione di vettori Soyuz modificati per il lancio dal CSG. Il vettore Soyuz copre la fascia media rimasta libera fra i vettori Arianne-5 e i vettori VEGA. In questo articolo si parla molto nel dettaglio della realizzazione del poligono di lancio delle Soyuz al CSG di Kourou.

 

 

I missili vengono per lo più costruiti in Europa ed inviati poi in Guyana, al CSG, per l’assemblaggio ed il riempimento con il carburante e infine per l’assemblaggio finale che consiste nel mettere il carico utile (i satelliti da lanciare) nella capsula in cima al missile. Questa capsula serve a proteggere i satelliti al momento del lancio e dell’attraversamento dell’atmosfera. Poi, una volta fuori dall’atmosfera, la capsula si apre e i satelliti vengono “depositati” ognuno nella sua orbita. 

Per questo al CSG esistono vari siti, e in ogni sito viene eseguita una determinata operazione. Questo è vero per l’Arianne 5, che viene trasporato in piedi da un sito all’altro, fino alla piattaforma di lancio. Fa una certa impressione vedere questo matitone spostarsi da un sito all’altro. 

Il VEGA invece viene assemblato direttamente sulla rampa di lancio, all’interno di una specie di capannone verticale, che viene poi spostato al momento del lancio.

Per chi vuole approfondire il tema c’è un bel file PDF da leggere. Risale al 2005, non è quindi aggiornatissimo. Ma rende l’idea. 

Cosa ci faccio in Guyana

L’azienda per cui lavoro collabora  con il CSG e realizza sistemi di controllo automatico per apparecchiature e impianti.  Nella fattispecie, senza entrare in dettagli che potrebbero anche essere protetti o sensibili, abbiamo realizzato un sistema di controllo per sistemi di recupero dei gas tossici che si sviluppano durante il travaso del carburante nei vettori. Io sono stato mandato qui per tenere un corso di addestramento per manutentori di questi sistemi, e per mettere in funzione uno di questi sistemi. La messa in funzione del sistema è stata parte integrante di questo corso di addestramento.

Ho lavorato per due settimane, senza saperlo,  sotto la rampa di lancio del VEGA. Pensavo di essere sotto una costruzione qualsiasi di assemblaggio. 

Il capannone di assemblaggio del VEGA
Il capannone di assemblaggio del VEGA

 

Quel grosso palazzo che si vede qui sopra, un mezzo ai quattro enormi parafulmini, è il posto dove vengono assemblati i vari pezzi del VEGA. Nel filmato che ho inserito più sopra si vedono le varie fasi del montaggio del vettore. Quel che non sapevo è che, quando il missile è pronto, quell’enorme palazzo viene letteralmente fatto scorrere indietro, lasciando libera la rampa di lancio.

Il VEGA nel capannone di assemblaggio
Il VEGA nel capannone di assemblaggio

Quel che si vede qui sopra è il VEGA pronto, ancora dentro il capannone di allestimento, ma con le porte aperte.

Il VEGA fuori dal capannone, pronto al lancio
Il VEGA fuori dal capannone, pronto al lancio

Qui accantosi vede il palazzo arretrato, e il missile pronto alla partenza.

Il lancio del VEGA -1
Il lancio del VEGA -1

E qui si vede il missile al momento del lancio, con il palazzo nella sua posizione di lancio.

Il lancio del VEGA - 2
Il lancio del VEGA – 2

 

 

 

Discorsi sotto l’albero.

Non si dovrebbe fare, ma spesso si finisce per dimenticare accesa la tv mentre si chiacchiera, sgranocchiando frutta secca o panettone.

A casa mia la TV è spesso sintonizzata su un canale all news, di quelli che passano le notizie a nastro, facendo solo qualche sosta per la pubblicità.

E stamattina, mentre facevamo colazione, ho sentito mia mamma sbottare “ma che senso ha tirar fuori queste cose dopo 20 anni? Però prima sono state zitte, quando le faceva comodo!”.

Oddio, no! La solita storia delle attrici che hanno deciso di raccontare quando #metoo, quando anche loro hanno dovuto subire approcci sessuali dal produttore o dall’attore o potente di turno.

Anche mia mamma, come tanti, dovendo scegliere il bersaglio  per la propria insofferenza, per non dire indignazione, ha deciso di prendersela con la lei di turno. Gli argomenti sono tanti. “Perchè è stata zitta tutto questo tempo? Perché ha deciso di parlare solo adesso? Perchè ha accettato le avances del potente? Se le ha fatto comodo far carriera, perché adesso viene a rompere le scatole?”.

Quello che mi stupisce è vedere che anche le donne impugnano questi luoghi comuni. Già risultano insopportabili quando vengono sputati con acidità dagli uomini, mi aspetterei dalle donne un atteggiamento meno ingiustamente censorio.

Quel che succede è che si sbaglia mira. Dovendo sparare un colpo, uno solo, si decide di puntare il fucile sulla vittima invece che sul carnefice. “Lei poteva dire di no”. Sul bastardo che approfitta della sua posizione per ottenere indebiti favori, si glissa. L’espressione del viso si accartoccia, come in certi film dell’orrore, ed esprime balbettando monconi di scuse incomplete: “ma l’uomo….sai…..certo… d’altra parte si sa…. come sono fatti gli uomini…. è la donna che deve…..”

Tanta gente si è già cimentata a scrivere su questo argomento. Mi ci provo anche io.

Prima obiezione: “Le ha fatto comodo per fare carriera”. Eh già. Qualcuno, che in quel momento ha il potere, decide di far lavorare non chi se lo merita, ma chi accetta di far sesso. La ragazza (ma sappiamo che è successo anche a uomini) può scegliere, certo. Può, certo, rinunciare ai propri sogni e al lavoro per il quale ha magari studiato anni all’accademia. Può, certo, lasciar perdere, aspettare il prossimo tram, magari fra un anno, magari fra due. E intanto servire hamburger al mac, o lavar piatti in un cinese. Dove, magari, il padrone ogni volta che ti passa dietro ti tocca il culo e se protesti sei libera di andare, che ce ne sono altre che aspettano il posto. E allora perché, se hai una pallottola, una sola, la usi per sparare su di lei, e non sul bastardo che si approfitta della situazione per fare i comodacci suoi.

Seconda obiezione: “Poteva dire di no. L’hanno fatto in tanti”. Certo, avrebbe potuto. Ma questa in fondo ricalca la prima obiezione. Gli elementi sono gli stessi.

Terza obiezione: “Perché ha aspettato tutto questo tempo? Perché non l’ha denunciato subito?” Eh già. Facile. Quando ti senti sola. Quando tutti, per il solo fatto che sei donna e vuoi fare l’attrice, nel loro intimo pensano che comunque un po’ bagascia sei.  Quando sei abituata, in quanto donna, a pensare che quando si approfittano di te è comunque in parte colpa tua. Quando, da sempre, sei abituata a nascondere le violenze subite perché la prima domanda sarà “ma tu cos’hai fatto?”. E allora te lo tieni dentro. Pensi che forse è anche colpa tua. E ti vergogni, per non aver saputo dire di no, per non avere avuto il vaffanculo pronto. Per non aver avuto il coraggio di sottrarti, per essere stata vigliacca, per aver accettato un sordido compromesso. Te lo tieni dentro per anni, cerchi di non pensarci. E poi un’altra parla, racconta, dice ad alta voce qual che tu avresti voluto dire subito, ma te ne è mancato il coraggio. E allora capisci che è questo il momento. Per te, e per le ragazze che verranno dopo di te. Perchè si sappia, tardi per te ma non per loro, che il mondo è sempre andato così, ma forse può cambiare, può essere diverso. E un’attrice potrebbe anche trovar lavoro senza essere costretta a darla via, senza dover scegliere fra lavoro e dignità. E perché a te è andata anche bene, che in cambio hai avuto fama e successo. Ma quante donne, invece, hanno dovuto subire le stesse imposizioni (se non vogliamo chiamarle con il loro nome: violenze) in ufficio, nella cucina di un ristorante, ovunque ci sia un capo con il potere di licenziarti se non ci stai.

Ce ne sarebbero altre di considerazioni di fare. Ma il succo è il solito. A molti dà fastidio questo coro, questa pioggia continua di #metoo, di “è successo anche a me”. Danno fastidio queste donne che alzano la testa, che gridano che non ne possono più di dover subire queste forzature dei loro desideri, questi ricatti. Questo modo di dire “sei un essere inferiore, e se vuoi un lavoro, una carriera, devi fare quel che ti dico io”.

Certo, ci saranno anche quelle che ne approfittano, per ricavarsi un po’ di notorietà. O quelle che hanno avuto un passato un po’ borderline, e allora vengono usate come esempio per dire “visto? E’ tutta una pagliacciata, è una bolla che poi si sgonfia, e’ solo una scusa per far parlare di sè. ” A molti giornalisti non sembrerà vero citare l’Asia Argento di turno o il caso dell’attore insidiato dalla produttrice. A molti non sembrerà vero poter sgonfiare il caso, poter concludere “tranquilli, uomini, non è successo niente. Un paio di ninfette che hanno voluto sollevare un polverone per niente. Tranquilli, poi passa, potrete toccare tranquillamente il culo alle vostre segretarie, e licenziarle se protestano”.

Ci son quelli, come Marilyn Manson, che dicono “Bisognerebbe raccontarlo alla polizia, e non ai media”. Dimostrando così di non capire. Raccontarlo alla polizia, dopo vent’anni, serve e non serve. Non serve a niente alle ragazze che queste violenze (si, sono violenze) dovranno affrontarle domani, fra un anno, fra due, fra dieci anni. Non serve a modificare, almeno un po’, le coscienze.  A questo serve parlare, anche dopo dieci, vent’anni. Serve a far crescere la consapevolezza, raccontare che queste cose succedono, si, ma ci si può opporre. Ci si deve opporre.

Il punto sull’auto elettrica

Ormai le auto elettriche girano per le nostre città. Non sono più una mera ipotesi.

Eppure c’è ancora chi titola “Tanti, immensi, forse irrisolvibili problemi della auto elettriche: ecco perché anche solo parlarne è una immensa cazzata” e chi nei commenti aggiunge: “Quasi convengono gli idrocarburi….. Non quasi: convengono alla grande rispetto all’auto elettrica!“.

Io mi interesso da tempo all’auto elettrica. Circa 10 anni fa, nel 2007, avevo dedicato alcune pagine del mio sito all’auto elettrica. Mi prefiggevo di seguire il fenomeno, creando un blog. Poi la cosa è rimasta lettera morta. Ma in questa pagina ho tentato qualche analisi numerica che riprenderò qui. Non sono un professionista del campo, quindi quel che andrò a scrivere non è oro colato. Anzi, attendo con ansia sincera che qualcuno mi dica dove sbaglio.

Ma qualche idea me la sono fatta. Nel seguito proverò a fare il confronto fra auto elettrica e auto “termica”, ossia auto a benzina o diesel.

Diciamo prima di tutto che l’auto elettrica INQUINA. Chi dice che non inquina vi prende in giro. L’auto elettrica utilizza (appunto) energia elettrica. E questa si fa per lo più con il petrolio. Quindi è facile capire che l’auto elettrica in realtà va a petrolio. E allora, dov’è il vantaggio?

Prima di passare ai conti, vediamo i vantaggi che tutti possono capire.

Primo elemento: ottimizzazione

L’energia per alimentare le auto elettriche si fa in una centrale elettrica. Le centrali elettriche sono, o dovrebbero essere, ottimizzate. Il che significa che spremono fuori da ogni goccia di petrolio quanta più energia elettrica possibile. Inquinando (così ci dicono) il meno possibile. In più una centrale elettrica è regolamente controllata e manutenuta. Se è vero quel che dicono i sostenitori del termoelettrico (solitamente contrari al solare), le centrali termoelettriche inquinano poco e ottengono il miglior rapporto fra energia generata e combustibile consumato. Prendiamolo per buono.

Per contro le auto termiche (motore a scoppio) sono ottimizzate solo quando sono molto recenti e ben tenute. Basta poco perché un’auto termica peggiori il suo rendimento. Un filtro intasato, un motore non a punto. O un motore vecchio. Tutti elementi che peggiorano notevolmente i rapporto fra km e consumo. Meno km/litro. Più inquinamento.

Secondo elemento: dove si inquina.

L’auto elettrica inquina, lo sappiamo. Ma inquina dov’è la centrale. Ossia solitamente in zone meno densamente abitate. Raramente le centrali vengono posizionate al centro di zone densamente abitate. Quindi, l’energia elettrica per le auto elettriche viene prodotta (e inquina) in zone dove le persone danneggiate dai fumi sono di meno. Una centrale elettrica scarica il suo inquinamento dove c’è poca gente.

Le auto termiche, invece, il danno maggiore lo fanno dove il traffico scorre lento, tipicamente nei centri delle grandi città, densamente abitate. Il che significa che un’auto termica scarica il suo inquinamento direttamente nei polmoni di milioni di persone.

Mi si dice “la pianura padana è una conca, e hai voglia a spostare le centrali, l’inquinamento riguarda tutti”. Si, vero. Ma a parte il fatto che la Pianura Padana è un caso particolare, resta comunque il fatto che se la centrale elettrica fosse in piazza duomo a Milano sarebbe molto peggio. E’ comunque meglio metterla molto fuori, in una zona a bassa densità abitativa.

Terzo elemento: semplicità

I tecnici lo capiscono: un motore elettrico è infinitamente più semplice rispetto ad un motore termico. Non ha carburatore (o equivalente), frizione, cambio, messa in moto. Sono migliaia di pezzi, viti, guarnizioni, tubicini, galleggianti, ingranaggi. E, si sa, quel che non c’è non si rompe. In un’auto elettrica la manutenzione sarà incredibilmente più semplice. Niente olio da cambiare, niente filtri. Niente candele. Niente acqua nel radiatore. Niente frizione da rifare, o catena della testa. Il motore elettrico è quasi eterno. Mal che vada si porta a fare riavvolgere. Semplicità significa meno costi di produzione e di manutenzione. Qualcuno mi dice “si, bravo, porta una Tesla a riparare e poi mi dici”. Non ci provate. E’ un argomento farlocco e potrei rispondervi male, perché oggi la Tesla è un prodotto di nicchia, una supercar. Occorre proiettarsi nel futuro, pensare a parità di numeri. Immaginare di paragonare, che so, una golf con motore a scoppio, prodotta in milioni di esemplcari, con una golf con motore elettrico, prodotta anche lei in milioni di esemplari. A regime, quindi. A parità di numeri prodotti.

I tre elementi citati sono interessanti. Ma non determinanti. Se l’auto termica consumasse molto meno petrolio di quanto ne consuma un’auto elettrica, allora il vantaggio sarebbe davvero misero o nullo. O negativo.

Bisogna allora tirare in ballo i numeri, che sono sempre quelli che ci aiutano a capire.

Alcuni dei numeri che andrò ad elencare sono incontrovertibili, facilmente verificabili da chiunque. Altri derivano invece da considerazioni spannometriche, non avendo io trovato fonti sicure. O non avendole trovate del tutto.

Per andare dal petrolio al movimento (km percorsi) occorre superare molti nodi, ognuno dei quali porta via energia. Sia che si tratti di auto termiche che di auto elettriche.

Perdite auto termica

Diciamo che partiamo dal petrolio. Vediamo quali sono i costi per fare andare un’auto termica.

Trasporto: ammettiamo che i costi energetici di raffinazione siano uguali. In realtà in termini di raffinazione la benzina, e anche il gasolio, costano di più rispetto all’olio che si usa in una centrale elettrica. Ma trascuriamo questa differenza (anche perchè non la so quantificare) e parliamo del trasporto. Anche questo è difficile da quantificare, ma comunque il carburante va trasportato dalla raffineria al distributore. E stavolta non è un costo marginale. Difficile quantificare quanto possa incidere, in termini energetici. Diciamo un 2%? Non ce lo dimentichiamo.

Rendimento del motore: un motore a scoppio è un motore terribilmente inefficiente. Circa il 70% dell’energia viene buttata via in calore, dal tubo di scappamento e dal radiatore! Infatti, ad andar bene, a regime ottimale, un motore ha un rendimento del 30%. A regime ottimale. Ma i motori termici non vanno quasi mai a regime ottimale. A volte stiamo fermi in coda, a volte viaggiamo a 130kmh. Non di più, vero??? Quindi il motore varia il suo regime dal minimo al massimo, variando contemporaneamente la resa. Quando non va al regime ottimale, consuma di più. In oltre il motore termico ha bisogno di cambio e frizione, elementi che assorbono energia.  A spanne, direi che non superiamo il 25% di resa. Ossia buttiamo via il 75% della benzina che comperiamo. Aggiungiamo il fatto che quando freniamo dissipiamo, nuovamente in calore, tutto “il movimento” (energia cinetica, inerzia) che abbiamo acquisito accelerando. E siccome, soprattutto in città e nel traffico, non facciamo altro che accelerare e frenare, aggiungiamo un altro elemento di consumo. Non potendolo quantificare, teniamolo in quel 75% di spreco.

Riassumendo, quando va bene, un’auto termica ha un rendimento del 25% (lasciamo stare il trasporto e la raffinazione).

Perdite auto elettrica

Anche per l’auto elettrica non sono rose e fiori. Anche qui ci sono vari nodi in cui l’energia si perde, si spreca. E non è facile rimediare.

Generazione: l’energia elettrica viene generata in centrale, bruciando petrolio.

Attenzione, qui si introduce una semplificazione a vantaggio dell’auto termica. Ossia si assume che l’energia elettrica venga sempre generata usando petrolio. In realtà uno dei grandi vantaggi dell’auto elettrica è che la si può alimentare con energia elettrica proveniente da molte altre fonti: gas naturale, nucleare, solare (elettrico o termico), eolico, idroelettrico. Tutte fonti meno inquinanti del petrolio. Ricordiamocelo.

Il processo di generazione dell’energia elettrica dal petrolio non è molto efficiente. Molta energia viene sprecata in calore, che viene disperso dal camino o nei corsi d’acqua che alimentano la centrale. Raramente viene recuperato in parte come termoriscaldamento. Diciamo che una centrale elettrica ottimale ha un rendimento del 60%. Ossia spreca il 40%.

Trasporto: non sembra, ma anche il trasporto dell’energia elettrica comporta delle perdite. Anche in questo caso l’energia si disperde in calore. I fili dell’alta tensione si scaldano, quando trasportano energia. Io non sono mai andato a toccare per verificare, ma le fonti dicono che le perdite di trasporto sono circa del 10%. Non poco. Certo, non è il 40% come dice qualcuno, ma ha il suo bel peso.

Perdite di carica: anche qui, caricare le batterie non è a costo zero. Non è che se buttiamo 100kWh di potenza nella batteria, poi ce la ritroviamo tutta disponibile. In realtà quando carichiamo le batterie queste si scaldano. Più velocemente le carichiamo, più queste si scaldano. E il calore è tutta energia sprecata. Mica lo recuperi per scaldare casa!. Quanta energia sprechiamo? Te l’ho detto, molto dipende dalla velocità di carica. Se hai tempo tutta la notte, poca. Se vuoi la ricarica rapida, come gli ultimi telefonini, un casino! Prendiamo quindi un valore plausibile, che è quello del 25%. Se va bene, carichiamo 100 e ce ne ritroviamo 75. Il resto è perso.

Perdite di conversione: qui la cosa si fa un tantinello tecnica. L’energia delle batterie non viene mandata direttamente al motore, altrimenti questo andrebbe sempre a manetta. CI vuole in mezzo un sistema di riduzione, un po’ come l’acceleratore nell’auto a benzina. Si chiama inverter, e non lavora gratis. Anche lui vuole la sua parte della torta, la sua tangente. Ma non è troppo avido, ormai gli inverter viaggiano sul 5-7% di perdita. Non poi cos’ male.

Rendimento del motore: brutto a dirsi, ma anche il motore elettrico vuole la sua parte, la sua tangente. Parte dell’energia che riceve la dissipa in calore, che si disperde nell’aria. Brutta storia. Al mondo non c’è nessuno che fa niente per niente. Però anche il motore non è poi così avido, è amico dell’inverter, e si accontenta di un 5, max 7%. Il resto lo dà tutto in movimento. Anche il motore, come gli inverter, risente molto dei progressi tecnologici. Si studiano motori sempre più efficienti, sempre più leggeri. Tanto che se ne stanno studiando addirittura versioni per aeroplani elettrici.

Abbiamo finito? no. Ci sono elementi che non so valutare:

  • Il costo energetico per costruire le batterie e per smaltirle. D’altra parte non so neanche valutare il costo energetico per costruire un complicatissimo motore a scoppio.
  • Il vantaggio del recupero energetico in frenata. L’auto elettrica, quando frena, ricarica le batterie. L’auto termica invece spreca l’energia cinetica e la trasforma in calore.

Ma, insomma, un’idea ce la siamo fatta. Adesso tiriamo le somme. Ricordandoci che i rendimenti ( o le perdite) non si sommano, si moltiplicano.

Per l’auto elettrica dobbiamo tener conto di più elementi:

Generazione 60% x trasporto 90% x carica 75% x inverter 93% x motore 93% = 0.6 x 0.9 x 0.75 x 0.93 x 0.93 = 0,35 ossia efficienza del 35%. Per l’auto termica avevamo un rendimento stimato del 25%.

Perbacco, non è che siano cifre da capogiro. Insomma, l’auto elettrica consuma meno petrolio dell’auto termica. Mica tanto di meno. Ma meno.

Mi preoccupa il fatto che ogni volta che rifaccio i conti mi vengono diversi, ma questo è normale, visto che vado a pescarmi i dati sul web, e non sempre dalle stesse fonti. E poi, nel caso dell’auto elettrica per prudenza mi son tenuto basso con i rendimenti (alto con le perdite). Si fa così quando si vogliono evitare casini.

Non si può dire che l’auto elettrica consumi la metà rispetto ad un’auto termica, in termini di litri di petrolio. Ma consuma sensibilmente di meno. Dati 100litri di petrolio, un’auto termica ne spreca 75, un’auto elettrica ne spreca “solo” 65. Come dire che un’auto termica consuma il 15% di più rispetto ad un’auto elettrica. Secondo me ho sbagliato qualcosa, pensavo che il divario fosse maggiore. Ma comunque va bene così.

Quindi? Tutti auto elettrica?

Neanche per sogno. Non siamo pronti per una migrazione di massa. Soprattutto non è pronta la rete di distribuzione. Se tutti stasera tornassimo a casa e attaccassimo l’auto elettrica alla spina, per ricaricarla, la rete di distribuzione andrebbe al collasso. E poi dovremmo tutti chiedere una taglia maggiore, soprattutto chi ha il contatore da 3kW. Non ce la si fa. Una Mecedes classe A elettrica con una batteria da 36kWh (autonomia 200km) avrebbe bisogno almeno di 36/3 = 12 ore di ricarica, senza ovviamente usare frigo, condizionatore e altre utenze elettriche. Improponibile.

E poi dove la ricarichi? Il numero di punti di ricarica pubblici è ancora irrisorio. Così come pochi sono quelli che possono effettuare la ricarica in garage o in giardino.

Insomma, non siamo pronti. L’auto elettrica, oggi, è riservata a chi ha impianti elettrici potenti a casa, e comunque la usa a breve raggio. O, altrimenti, sa di avere stazioni di ricarica lungo il percorso. Ed ha pazienza di aspettare il suo turno e i tempi di ricarica.

Ma, a breve tempo, la cosa potrebbe prender piede. Poco per volta, ovviamente. Anche Roma non è stata costruita in un giorno.

Nota polemica

Eh beh, un po’ di peperoncino ci vuole, giusto? Ho scritto questo post per due motivi. Il secondo è che non è facile trovare in giro una sintesi come quella che ho fatto. Se qualcuno la trova, me lo comunichi. Sarà senz’altro più precisa e affidabile della mia.

Ma il primo motivo è che ho letto il post citato all’inizio, quello che dice “auto elettriche: anche parlarne è un’immane cazzata”. A parte la contraddizione immediata (se è una cazzata, perché ne parli?), quel che mi ha spinto a dire la mia è il fatto che, numeri alla mano, sembra che la conclusione possa essere diametralmente opposta rispetto a quella sostenuta da chi ha scritto il post. Voglio dire, se fosse davver un’immane cazzata anche il solo parlarne, i numeri dovrebbero essere vertiginosamente di segno opposto. Non solo un po’ diversi. Ma la differenza dovrebbe essere “immane”. E così non mi pare che sia. E allora la mia polemica non è verso chi mette in dubbio l’utilità dell’auto elettrica, ma verso chi, verità rivelata daddio, propone il suo punto di vista come assoluto e incontrovertibile.  Io, figlio del relativismo e forse del pensiero debole (sapessi almeno cos’è), soffro di orticaria quando mi si presentano questi tizi che hanno le certezze assolute, rocciose, inossidabili. Un conto è quando uno mi dice “mah, guarda, a conti fatti a me pare che …..”. E’ giusto, è lecito, ci sta. Ma quando uno implicitamente dà del pirla a chi pensa, ad esempio, che l’auto elettrica possa essere un’idea valida in prospettiva, allora l’orticaria prude, e mi spinge a dire la mia. Pronto ad essere confutato.